Gli imam non riescono a fermarli e decidono di scomunicare i violenti

Domenica notte nuovo record di violenze: incendiati 1.408 veicoli, fermate 395 persone e feriti 36 poliziotti, di cui due gravemente

Marcello Foa

nostro inviato a Parigi

Si erano illusi di avere il controllo delle periferie, ma ora si accorgono che nemmeno l’islam è in grado di frenare quei giovani che ogni notte devastano interi quartieri. E allora la più grande delle organizzazioni musulmane in Francia, la Uoif, ha deciso di schierarsi a fianco del governo Villepin e delle forze dell’ordine, emettendo una fatwa. I termini sono chiari: la violenza è contraria agli insegnamenti del Corano, gli attacchi devono cessare subito. «È formalmente vietato a ogni musulmano che cerchi la grazia e la soddisfazione divina partecipare a qualsiasi azione che colpisca ciecamente proprietà pubbliche o private, o possa costituire una attacco alla vita di qualcuno». Il messaggio è inequivocabile, ma ci sono poche speranze che l’editto religioso produca gli effetti sperati.
Questo è un periodo molto significativo per i musulmani, coincide con la fine del Ramadan, la festa dell’Aid-El-Fitr. Molti imam speravano che questo periodo, di solito sinonimo di pace e di gioia, potesse contribuire a «raffreddare gli spiriti». E nelle prediche di venerdì erano stati numerosi e insistenti gli appelli alla ragionevolezza, come quello dell’imam della moschea El-Irched, in una delle zone più difficili, quella di Aulnay-sous-bois: «Bisogna far smettere le violenze. Ditelo ai vostri familiari, agli amici, ai vicini. Ricordiamoci che in Francia abbiamo più diritti che nei nostri Paesi d’origine». Parole analoghe a quelle dell’imam della moschea di rue Tanger, a Parigi: «Dobbiamo capire le ragioni profonde che portano tanti giovani a ribellarsi, ma non dobbiamo allargare la frattura sociale. Spaccare tutto non è soluzione». Appelli accolti dai fedeli che li hanno ascoltati. I commenti di fronte alle moschee venerdì scorso erano unanimi: «Mi fa male al cuore vedere la nostra città in fiamme - dichiarava un ragazzo poco più che ventenne -. Ci trattano già da integralisti e da terroristi, e ora che cosa succederà?».
Difficilmente, però, nei giorni scorsi i teppisti hanno frequentato le moschee. Erano troppo impegnati a preparare le loro azioni di guerriglia. Nei quartieri più difficili molti adulti lanciano accuse contro i genitori. «Se tutti si occupassero dei loro ragazzi nessuno sarebbe in giro a dar fuoco alle auto», si indigna una madre velata di quarant’anni. «Quando ci sono disordini nel tuo quartiere e il tuo ragazzo di undici, dodici, quindici anni non è a casa, non ti chiedi che cosa stia a fare fuori? Non sei preoccupata? Fosse mio figlio lo riempirei di botte». Un cinquantenne lì vicino le dà ragione: «I genitori sono latitanti, abbassano troppo presto le braccia e i ragazzi fanno quello che vogliono».
E poi molti di loro non sono affatto interessati alla religione. Evocare Allah e Dio serve a poco. Questi ragazzi non hanno altri idoli che i loro boss di quartiere.