Gli imam promettono la legge coranica in Italia

Siamo sotto attacco dalla Lega, ma gli italiani con noi sono molto comprensivi

Milano - Gli Imam più oltranzisti, quelli che nel nostro Paese si sentono «in trincea» perché stanno «combattendo una guerra», tifano centrosinistra. E ai fedeli o presunti tali non nascondono di vivere e progettare sognando un’Italia islamica. Considerando il «terrorismo materiale» e quindi le bombe e le stragi, «meno peggio del terrorismo ideologico» ovviamente dell’Occidente.
Parole choc quelle degli Imam di Milano e Varese. Raccolte da microfoni e telecamere nascoste di due giornalisti di Sky Tg24, una somala e un iracheno, che fingevano di essere una coppia, e che sono state mandate in onda a «Un velo tra noi» di Corrado Formigli. Nitido Abu Imad, imam della moschea di viale Jenner a Milano: «Nelle regioni dove la sinistra è forte - si duole l’imam del centro coinvolto in numerose inchieste anti terrorismo - come in Emilia e in Liguria noi stiamo meglio ma purtroppo in Lombardia la sinistra è meno forte». Infatti proprio in quest’ultima regione sarebbe in corso per Haji Ibrahim, imam di Varese, una battaglia quotidiana invisibile: «Noi stiamo combattendo una guerra nella roccaforte della Lega - si lascia sfuggire alla finta coppia di fedeli -. Siamo sotto attacco da parte della Lega e siamo in trincea. Gli italiani sono però comprensivi soprattutto con questo governo che è meglio di quello di destra di prima».
Dai discorsi trapela di violenza, intolleranza con allusioni agli ignari «fedeli» che di nascosto registrano. Imad allarga il discorso: «A noi la democrazia - afferma - fa comodo, nessuno la rinnega, ovviamente stiamo parlando della loro democrazia (degli italiani, ndr). La loro Costituzione lascia libertà di religione e non possono togliere una mia libertà per la libertà». Ma sul futuro lo scenario cambia. E continua: «In verità nella terra dei musulmani come musulmani dobbiamo farci governare dalla sharia (legge islamica fondamentalista, ndr), secondo il libro sacro di Allah. Questo è un dovere non una scelta». Quindi, un domani, «Mettiamo che il mezzo per raggiungere siano elezioni libere o l’esercizio del potere, mettiamo che i musulmani siano d’accordo in Italia di istituire la sharia di Allah e allora... ». Allora non ci sarebbe più spazio a confronto e mediazione con l’Italia che diventa paese islamico? Insomma, l’imam allude a un progetto di ampio respiro per conquistare passo dopo passo consenso, quindi potere. Ecco che il centrosinistra, quello che vuole estendere il diritto di voto amministrativo agli immigrati, che avanza ogni tipo di tutela e garanzia per gli extracomunitari, viene riconosciuto, caldeggiato, sostenuto. Nello spazio della democrazia occidentale con il centrosinistra lo spazio di manovra diventa ampio per raccogliere «consenso» rendere profonde le radici.
Al tempo stesso se i fedeli musulmani fossero d’accordo di portare la sharia in Italia, la situazione cambierebbe immediatamente. Proprio per questo l’imam rivendica maggior ruolo per i suoi fedelissimi: «La gente ha paura ma noi non siamo venuti a fare del male. Abbiamo partecipato a costruire questa società con artigiani, intellettuali, pizzaioli, io non ho problema a dialogare e ad apprendere ciò che c’è di buono... L’importante è che i rapporti non si basino sulla paura e col terrorismo ideologico che è persino peggio di quello materiale». La frase non lascia molto spazio all’interpretazione. Significa che morte, sangue, stragi hanno un peso diverso, «meno peggio» cioè di quel «terrorismo ideologico» che l’imam imputa a parte di movimenti e partiti del centrodestra, alla Lega in primis.
Questo debito, frustrazione e mancanza di riconoscenza degli italiani torna infatti anche nelle parole dell’imam di Varese: «Con il nostro lavoro - insiste - contribuiamo al progresso del Paese ma non abbiamo ricevuto niente in cambio». Nessuna legge ad hoc. Possibile? La finta coppia, i due cronisti non insiste, l’imam di Milano è indaffarato, 17 telefonate da tre cellulari in mezzora, «nelle quali parla solo di soldi», riferiscono i giornalisti che escono in viale Jenner. Impugnano una telecamera vera per porre domande ai fedeli che raggiungono la moschea. Velo sì, velo no? Le interviste durano pochi minuti. «Se non abbassi quella telecamera, te la spacchiamo subito». Nessuna mediazione. Forse è meglio mandare in onda la pubblicità.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it