Imam rapito, arrestati due capi del Sismi

Stefano Zurlo

da Milano

Non è ben chiaro che cosa abbiano fatto, ma ora anche i vertici del Sismi, il servizio segreto militare, finiscono nel pantano del sequestro Abu Omar. La Procura di Milano, che da tempo indaga sul rapimento del sospetto terrorista egiziano, ha intercettato per mesi gli alti ufficiali, ha carpito i loro dialoghi, ha scavato i loro racconti e messo in luce contraddizioni e bugie. Ora arriva il conto: finisce in manette Marco Mancini, oggi direttore della Ia divisione del Sismi, ma all’epoca dei fatti capocentro a Milano e Bologna e di fatto numero uno dell’intelligence nell’Italia del Nord; va agli arresti domiciliari, per motivi di salute, il generale Gustavo Pignero, che nei mesi cruciali dell’operazione Abu Omar, fra la fine del 2002 e l’inizio del 2003, era il capo della Ia divisione, ovvero il delicatissimo settore del controspionaggio. Ordine di cattura anche per quattro americani: tre agenti della Cia e e un quarto miliare, in servizio con incarichi di responsabilità all’aeroporto di Aviano.
Il sequestro
Abu Omar viene portato via da un commando della Cia a Milano, in via Guerzoni, la mattina del 17 febbraio 2003. Gli americani lasciano numerose tracce del loro passaggio in città e col tempo l’indagine dei Pm Ferdinando Pomarici e Armando Spataro si allarga a macchia d’olio coinvolgendo tutta la catena di comando della Cia in Italia. Ma gli americani hanno fatto tutto da soli?
La Procura raccoglie molti indizi e ascolta la moglie di Abu Omar che ha avuto un destino singolare: è stato consegnato dalla Cia agli egiziani, è stato torturato e interrogato, poi, incredibilmente rimesso in libertà e poi arrestato di nuovo. La donna riferisce un dato certo confidatole dal marito nel breve periodo in cui era uscito dal carcere: la persona che il 17 febbraio 2003 l’aveva bloccato in mezzo alla strada chiedendogli i documenti, parlava italiano. I Pm lo identificano, è un maresciallo del Ros dei carabinieri con l’ambizione di entrare nel mondo degli 007. Si chiama Luciano Pironi e sicuramente ha partecipato all’operazione. Confessa. E aggiunge un dettaglio prezioso: fra la fine del 2002 e l’inizio del 2003 il capo della Cia di Milano Bob Seldon Lady gli ha detto esplicitamente che nel blitz c’era anche lo zampino del Sismi con tanto di coperture politiche. E’ un indizio.
Alla fine del 2002 anche il capocentro di Milano chiacchiera a ruota libera con Bob Seldon e Bob gli spiega a grandi linee lo stesso progetto cui si unirà Pironi. Il capocentro si preoccupa e chiede spiegazioni ai superiori: Mancini e, tramite lui, Pignero. Risultato: alla fine del 2002 viene rimosso, ufficialmente per scarso rendimento, e nello stesso periodo salta, il capocentro di Trieste. Che sta succedendo?
L’ipotesi dei Pm.
Per i Pm, Mancini e Pignero, dunque «una struttura del Sismi», hanno messo a disposizione della Cia uomini e mezzi del Sismi o di una struttura ad esso collegata per compiere il sequestro. Non è chiaro quale sia stato il ruolo degli 007 tricolori: appoggio logistico, auto, mezzi, documenti falsi, pedinamenti di Abu Omar? E poi quale struttura ha operato: la I divisione di Pignero e Mancini, o come emerge dalle confidenze di Seldon, la Divisione Operazioni guidata da un ufficiale deceduto per malattia e poi da Nicola Calipari? Nelle centoottanta pagine, zeppe di testimonianze e intercettazioni, si fatica a mettere a fuoco le singole responsabilità. Certo, nel Sismi, specialmente nelle sedi di Milano, Padova e Tieste, girava la voce, e anche qualcosa in più, che qualcuno avesse collaborato con gli americani. In che modo? E, eventualmente, con che coperture? L’ordinanza non risponde a queste domande. Si parla di responsabilità «morale del Sismi», si riportano le confidenze del capo della Cia di Milano e le considerazioni dei militari italiani.
Le intercettazioni.
La svolta arriva nelle ultime settimane. Il 1 giugno scorso Marco Mancini, nel panico per l’evolversi dell’inchiesta, va in una cabina e chiama Pignero sul cellulare del generale Luciano Seno. «E però - dice Mancini -io gliel’avevo detto esattamente quello che tu mi avevi detto, cioè che era un’attività illegale, di fatto io dissi di no a quest’attività illegale». «Noi questo non lo possiamo dire», ribatte Pignero. «Eh - insiste allarmato Mancini - però se lo dicono quelli con i quali ho parlato, è un casino». «E bisogna vedere chi sono», prova a rassicurarlo Pignero. «Sono quattro o cinque», spiega Mancini; «Bisogna parlare e dire le cose come stanno», è la conclusione di Pignero. Che cosa emerge da questo dialogo?
Per i Pm, è la prova che gli americani avevano chiesto un aiuto agli italiani e la frase di Pignero, «noi questo non lo possiamo dire», è una clamorosa ammissione di colpevolezza. Per gli avvocati di Mancini, invece, la conversazione prova che il Sismi disse di no agli yankee. Anche il dialogo fra il capocentro di Padova e il solito Mancini, puntualmente intercettato, si presta ad una duplice lettura: «Io dice - il militare riferendo un colloquio “con un’eminente personalità politica“ - gli ho spiegato esattamente qual è stata la dinamica, io gli ho detto qual è stato questo tipo di richiesta.. noi ci siamo guardati in faccia, c’è stato un momento di riflessione, in Italia questo genere di cose non è possibile farle». Insomma, par di capire che il gruppo del Sismi abbia saputo cosa bolliva in pentola ma si sia chiamato fuori dal sequestro: le cimici afferrano molti dialoghi a più voci, compresa quella del numero uno del servizio Nicolò Pollari, ma non chiariscono. E alla fine il gip Enrico Manzi ipotizza una doppia verità: Mancini e Pignero potrebbero aver taciuto le trame oblique a Pollari oppure Pollari potrebbe averli coperti nascondendo all’autorità giudiziaria informazioni così devastanti.
Perquisizione a «Libero»
In coda alla spy story c’è anche un capitolo stampa: gli 007 intercettati, in particolare Mancini e Pio Pompa, avrebbero a loro volta ascoltato illegalmente il cellulare di Giuseppe D’Avanzo, firma di punta del quotidiano «La Repubblica». E avrebbero utilizzato come fonte il vicedirettore di «Libero», Renato Farina, nome in codice Betulla. Farina avrebbe fatto addirittura una finta intervista ai Pm titolari dell’inchiesta per carpire informazioni. La sede di «Libero» a Mlano è stata perquisita, Farina e un cronista sono indagati per favoreggiamento. «Noi spie? -ribatte il vicedirettore - abbiamo soltanto fatto i giornalisti».