Imam sfiduciato da 300 confratelli «È legato a un partito integralista»

nostro inviato a Torino

Bouriqui Bouchta e Abdul Qadir Fall Mamour, ovvero i due nomi più noti dell’islam sotto la Mole. Diversi per età, provenienza e formazione, uniti da un decreto di espulsione che li ha rispediti entrambi nei Paesi africani da dove erano venuti. «Gravi motivi di turbamento dell’ordine pubblico e di pericolo per la sicurezza dello Stato», dicono le note del Viminale. Mamour, l’imam di Carmagnola, fu espulso nel novembre 2003; Bouchta, il leader islamico della comunità di Porta Palazzo, nel settembre di due anni dopo.
Mamour senegalese, piccolo e rotondetto; Bouchta marocchino, alto e ieratico. Mamour era capo di una comunità che comprendeva due persone, lui e la moglie convertita Aisha Barbara Farina, e viveva in una casa-moschea in mezzo alla campagna a sud di Torino. A Carmagnola aveva pochi seguaci nella pratica del culto, ma godeva di una grande presenza mediatica: dibattiti, interviste, apparizioni in tv. Dal Senegal era fuggito in Sudan dove conobbe Osama Bin Laden, di cui divenne una specie di ambasciatore. A Torino, dove lavorava alla Consulta degli stranieri, lo inseguivano i sospetti di intascare denaro per sveltire certe pratiche. Un paio di settimane prima dell’attentato di Nassirya lanciò minacce tremende dallo studio di «Porta a porta»: «Se i vostri soldati non lasceranno l’Irak, le mamme italiane piangeranno i loro figli». Gli girava attorno un vortice di finanziamenti internazionali per milioni di euro e dichiarava di aver partecipato all’invio di «almeno duemila persone ad addestrarsi nei campi di Sheikh Osama». Lui stesso aveva seguito una scuola di volo in Svizzera prima dell’11 settembre «perché Bin Laden aveva invitato tutti i musulmani a farlo».
Il carismatico Bouchta era stato il primo imam di Torino. Era diventato famoso nel 1999 quando organizzò un corteo di duemila maghrebini per manifestare a favore del diritto delle donne musulmane a indossare il velo nelle foto sui documenti di identità. In piazza Castello la folla stese i tappeti e pregò Allah. Dopo l’11 settembre il leghista Mario Borghezio lo accusò di non aver preso le distanze dagli attentati, Bouchta rispose con un comizio in difesa dei talebani.
Era ambiguo, un maestro a lanciare il sasso e ritirare la mano, provocare e smorzare senza però spegnere del tutto i focolai. L’espulsione fu decisa direttamente dal Viminale in base alle nuove norme antiterrorismo, era ritenuto un personaggio pericoloso. Secondo un dossier della Digos, in italiano condannava gli atti terroristici mentre in arabo attaccava gli occidentali. A fine aprile 2003, nella sua moschea di via Cottolengo, quartiere di Porta Palazzo, raccolse soldi per le «vedove dei kamikaze marocchini» che si sarebbero fatti saltare a Casablanca un mese dopo.
Anche Bouchta è sospettato di aver fatto cattivo uso del denaro dei confratelli: avrebbe costruito uno stabilimento balneare sulla costa del Marocco. Congetture che ora colpiscono il suo grande rivale, quell’Abdelaziz Khonati che guida il principale centro islamico di Torino, la moschea della pace di corso Giulio Cesare. «Fa un uso tutto personale del suo ruolo», protesta Jaouad Elguelai, attore marocchino che ha raccolto 300 firme di connazionali in calce a un appello che sarà presentato a sindaco, prefetto e console del Marocco. L’altro giorno ha pubblicato le sue ragioni su un giornale del Paese maghrebino.
«Khonati non lavora per Allah ma per se stesso. È legato al partito islamico Al-Adala wa al-Tanmiya e cerca voti per le elezioni del prossimo anno, quando per la prima volta potranno votare anche i marocchini emigrati all’estero», aggiunge Elguelai. Un partito integralista che si contrappone frontalmente alle aperture del re Muhammad VI: quando la Royal Air Maroc (compagnia di proprietà della famiglia reale di Rabat) vietò ai dipendenti di interrompere il lavoro per le cinque preghiere rituali islamiche e impose alle donne di non portare il velo ma la sola uniforme ufficiale, il primo a protestare fu proprio Al-Adala wa al-Tanmiya che parlò di violazione della libertà di culto.
A Torino le sale di preghiera sono sette, concentrate nei due quartieri presidiati dalle comunità straniere: Porta Palazzo e San Salvario. Tante moschee, tanti fedeli, tanti soldi che girano. Bouchta gestiva tre macellerie halal e «phone center» per le telefonate all’estero. Anche Khonati, che ora gode di grande visibilità a Torino, possiede due gastronomie e un «phone center». «Deve spiegare come gestisce i soldi dei fedeli», tuona Elguelai che se la prende anche con un altro centro islamico, quello di via Saluzzo. La moschea è gestita da egiziani salafiti, un movimento radicale che rifiuta l’occidentalizzazione: salafiti si sono dichiarati parecchi militanti accusati di svolgere attività terroristiche. Secondo il volume «Musulmani in Piemonte» pubblicato l’anno scorso, la moschea fu fondata negli anni Ottanta dagli Studenti Musulmani, branca italiana dei Fratelli Musulmani (la «casa madre» del fondamentalismo) ai quali continua a fare riferimento.
È la sala di preghiera più impenetrabile di Torino, un locale privo di insegne cui si accede dal cortile interno di un palazzo anonimo, a poche centinaia di metri dalla stazione Porta Nuova. In questo reticolo di strade battuto giorno e notte da prostitute e spacciatori, ogni locale pubblico (dagli alimentari alle sartorie, dalle pasticcerie agli studi medici) espone insegne in due lingue, italiano e arabo. E a ogni portone è appeso il cartello «vendesi» o «affittasi».
Prima dell’espulsione, Fall Mamour dichiarava apertamente che il reclutamento degli aspiranti terroristi avveniva tra i banchi del mercato di Porta Palazzo e nelle moschee: spacciatori e ladri d’auto arruolati a Torino e spediti in Medio Oriente. Corso Giulio Cesare e via Saluzzo, spiegava il senegalese, erano «le moschee preferite dagli integralisti e tenute maggiormente sotto controllo». Una rete estesa ad altre località piemontesi: nel maggio 2005 in un blitz dei Ros furono arrestati quattro marocchini e perquisite le moschee di Novara e Trino Vercellese, oltre a quelle di Porta Palazzo.
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