Imboscata Ds alla corte di Re Mino

Paola Setti

Tira aria di tradimento, alla corte di Re Mino. L’imboscata è arrivata ieri, e proprio dai più fedeli vassalli. La Grande Riforma che conferisce autonomia finanziaria e organizzativa al consiglio regionale, solennemente attribuendogli dignità di Assemblea legislativa e trasformandolo quindi in un una sorta di parlamento dei liguri, o di Regione parallela come segnalano i detrattori, è arrivata al vaglio della commissione, ultima tappa prima del varo ufficiale in aula.
È passata, sì. Ma senza il voto dello stesso presidente della commissione, Ubaldo Benvenuti, diessino come Mino Ronzitti il presidente, che era a Bologna per il 26° anniversario dell’attentato nella stazione ferroviaria e quindi non poteva controllare i suoi. E non prima che sia Benvenuti sia Moreno Veschi, che dei Ds è il capogruppo, votassero contro, gli unici e andando in minoranza, alla proposta del capogruppo di Forza Italia Luigi Morgillo di invertire l’ordine dei lavori, per affrontare la proposta di legge sull’Autonomia prima di tutto il resto. Nel mezzo, il gioco di sponda fra il vicepresidente della Regione Massimiliano Costa, Margherita, e i due diessini: il primo a presentare gli emendamenti dei secondi, e che emendamenti.
Perché, ecco, più che di riforma trattasi di rivoluzione. Intanto è la prima in Italia, là dove in Toscana e in Lombardia le giunte hanno bloccato proposte di legge simili. Anche perché, in ultima analisi, rafforza il potere del presidente del consiglio rispetto a quello della giunta. Stabilisce, per dire, che l’Assemblea da qui in poi comunicherà alla giunta il proprio fabbisogno finanziario, e la giunta dovrà soddisfarlo. Di più, definisce che sarà l’assemblea a gestire il proprio personale: istituendo nuove strutture, fissando i criteri per l’affidamento degli incarichi di dirigenza, creando nuovi criteri di valutazione, persino decidendo l’accesso ai ruoli, oltre che le modalità di assegnazione ai Gruppi consiliari. Tradotto, significa che l’assemblea si aspetta una quantità di risorse congrue al proprio funzionamento, senza che nessuno possa porre limiti, ma viene lasciata alla sola giunta la responsabilità di reperire i fondi necessari al funzionamento dell’intera macchina regionale. E che il personale del consiglio regionale rischia di trasformarsi in personale di serie A rispetto a quello della giunta. C’è poi la richiesta di ben 50 persone in più, 15 o 20 subito, là dove, scrive Ronzitti: «È garantita la mobilità fra giunta e consiglio», in barba alle resistenze già manifestate dall’assessore al Bilancio G.B. Pittaluga. Lui, ieri ha mantenuto un profilo basso, per non inimicarsi un consiglio regionale schierato compatto, così pareva prima dei dissensi almeno, con la riforma di Ronzitti. Ci hanno pensato i Ds a mettere i paletti. E la Margherita, con Costa che è riuscito a far passare alcuni emendamenti nonostante il suo collega di partito Rosario Monteleone difendesse il testo originale. Fra gli altri, quello che vincola le spese del consiglio alla Finanziaria regionale e nazionale, là dove invece la proposta di legge si riferiva solo al Dpef, che però non è vincolante.
Ad aggiungere sale sulle ferite, ieri è stato Gianni PLinio il capogruppo di An. Che ha chiesto copia dell grafica esatta del nuovo sigillo imperiale, pardon regionale, che, così ha stabilito Re Mino, «dovrà essere posto in calce a tutti gli atti ufficiali emanati» e che, in argento, verrà conferito, «su proposta del presidente» ovviamente, «a personalità che si siano distinte nei diversi campi della cultura, dell’arte, della scienza e della vita sociale».