Immigrati, la Regione paga anche per i morti

Volere è potere, e fin qui. Ma che potere sia anche dovere, quello è tutto un altro paio di maniche, anzi di manette per dirla con i consiglieri di centrodestra in consiglio regionale. Parrà pure una dissertazione filosofica, ma ieri è servita a «salvare» la Regione da tutta una serie di obblighi che si stava autoimponendo senza poterli rispettare in materia di immigrazione, uno su tutti quello di intervenire in caso di disastri naturali o guerre in Paesi non appartrenenti all’Unione europea. È stato tutto un susseguirsi di emendamenti del tipo: «Alla parola “deve” sostituire la parola “può”». In un caso, addirittura la giunta ha autoemendato se stessa, e cioè smentito l'assessore Enrico Vesco illuminato estensore della legge. Lui però alla fine aveva l'aria soddisfatta lo stesso, che fra i «la Regione deve» è riuscito a inserire la garanzia delle cure ospedaliere straordinarie ma anche ordinarie per i clandestini. E che fra i «la Regione può» ha fatto passare, con emendamento dell'ultimo minuto da tutta la maggioranza esclusa Gente della Liguria la lista di Claudio Burlando e G.B. Pittaluga, il contributo a sostegno delle spese per consentire il rimpatrio delle salme dei cittadini extracomunitari indigenti deceduti in Liguria.
«Vedete, c'è scritto può, non è un obbligo» si è difeso Vesco dalle critiche che gli sono piovute addosso non dal centrodestra, che dell'emendamento non si è accorto, ma da GdL che, con il capogruppo Luigi Patrone, ha votato contro dopo averne chiesto invano il ritiro. Potere o dovere cambia poco, perché delle due l'una: o trattasi di norma seria, attraverso la quale la Regione garantirà gli stessi diritti a tutti i defunti stranieri, oppure trattasi di norma demagogica, e allora saranno guai. «Ci aspettiamo un sostegno reale - spiega Rehhal Oudghough, rappresentante della comunità marocchina a Genova -. Fino a oggi quando muore un nostro connazionale facciamo colletta fra tutti i membri della comunità, e si tratta di cifre alte». Ecco, le cifre: 8mila euro a viaggio, fra bara e aereo. «Non male per una Regione in ristrettezze finanziarie - ha annotato Alessio Saso di An -. La verità è che questa è propaganda, state creando aspettative su materie sulle quali non sarebbe il caso di scherzare».
Come quella degli «eventi di particolare gravità» di cui sopra. Lì, bisognava immaginare la Regione mobilitata d'urgenza ad approvare piani straordinari di interventi, e che importa se certe cose è il governo a doverle fare. «Se ci sarà una crisi in Rwanda sarete costretti a intervenire, e se ce ne sarà un'altra in Afghanistan andrete anche là?» domandava ironico Matteo Marcenaro dell'Udc. «Fra poco inizia la stagione dei monsoni, forse Vesco dovrebbe evitare di assumersi l'obbligo giuridico di intervenire» aggiungeva sberle a sberleffi Franco Orsi di Fi.
Di «discriminazione dei liguri» denunciata dal capogruppo della Lega Nord Francesco Bruzzone, che ieri, per la seconda volta in due sedute, ha abbandonato l'aula perché «restare servirebbe solo a giustificare una sceneggiata politicamente vergognosa». Ieri la CdL, grazie anche all'ostruzionismo snervante di An, è riuscito a limare un po' la legge sull'immigrazione. Sulle politiche abitative, per esempio. Diceva il testo in principio che i datori di lavoro del settore abitativo avrebbero dovuto «promuovere iniziative per ampliare e migliorare l'offerta abitativa a favore dei lavoratori delle proprie aziende». «La legge si rivolge agli stranieri, e gli italiani senza casa?» ha chiesto Marcenaro. Ah, già, scusate: detto fatto, «italiani e stranieri» ha corretto il testo il capogruppo Ds Moreno Veschi. Stesso copione per il garante che dovrà tutelare e recuperare «le persone soggette a forme di schiavitù o violenza»: ma sì, certo, vanno difesi anche gli italiani, ci mancherebbe. Fra le correzioni, come dire, trasversali, sono i tempi del grande centro bellezza, quella che ha visto alleate Udc e Gente della Liguria sulle Case dei popoli. «Messa così la Regione potrà finanziare la nascita di centri che potrebbero anche essere pericolosi, con una sorta di effetto moschea» hanno segnalato Fabio Broglia e Luigi Patrone, ottenendo che la legge non parli solo di «strutture» ma anche di «progetti». È stato poi Pittaluga a imporsi contro la norma sull'accesso al pubblico impiego: «Equipara gli italiani agli stranieri, è giuridicamente inammissibile», è finita con la giunta ad autobocciarsi l'articolo. L'opposizione ha criticato l'istituzione di una Consulta dell'immigrazione: «Un altro carrozzone costoso e inutile, un comitato elettorale per Vesco».
Equilibrismi insomma. Con la giunta a cercare di salvare, in un caso anche con il voto di Broglia, unico della CdL a restare in aula per garantire il numero legale, quelle che Gianni Plinio il capogruppo di An taccia come «le promesse alle clientele di Vesco», a partire dal diritto di voto. E con l'opposizione a cercare di arginare quello che ancora Plinio definisce «il tentativo, contro la Bossi-Fini, di estendere provvidenze anche ai clandestini».