«Gli immigrati? Una risorsa se condividono i nostri valori»

RomaMacché stop ai flussi, ma quale moratoria. Gli immigrati, dice Giorgio Napolitano, sono ormai «un fattore di forza e freschezza del Paese». Quelli regolari, s’intende, perché gli sbarchi clandestini vanno «contrastati risolutamente pur nel rispetto dei diritti umani elementari». E, aggiunge, bisogna pure «procedere con serietà, evitando innesti frettolosi che si rivelerebbero artificiali e fragili». Però, spiega il capo dello Stato, «debbono cadere vecchi pregiudizi e occorre un clima di apertura e apprezzamento verso gli stranieri che si fanno italiani».
Napolitano parla nel Salone delle Feste, incontrando un gruppo di personaggi, tra cui ingegneri, militari, calciatori, che sono diventati «i nuovi cittadini» dell’Italia multietnica. E parla a poche ore dalla proposta della Lega di congelare i flussi per i prossimi due anni. Secondo Napolitano si può discutere sugli strumenti più opportuni per regolare l’immigrazione ma non su quella che è diventata una realtà: negli ultimi dieci anni l’Italia non è più un Paese di transito ma la meta d’arrivo. «Il punto di partenza non può non essere la presa di coscienza del carattere non temporaneo che ha assunto il fenomeno. Se ne devono rendere conto non solo le istituzioni ma l’intera collettività nazionale». E in questo clima si deve pensare non solo «a una più feconda e pacifica convivenza» ma anche a «un accoglimento di un numero crescente» quando c’è «piena identificazione con i valori nazionali e i princìpi costituzionali».
Serve forse una nuova legge. «La discussione è aperta. Osservo solo che più si mette l’accento su forme di verifica dell’adesione ai valori, meno si può irrigidire il criterio del tempo di residenza». Anche per Gianfranco Fini «i tempi sono maturi per una nuova norma sulla cittadinanza: ci sono bambini che parlano i nostri dialetti e fanno il tifo per le nostre squadre, sono gli italiani di domani». Quanto ai flussi, per il presidente della Camera «Bossi sbaglia a volerli bloccare perché non si può fare confusione tra la lotta all’immigrazione clandestina e l’accoglienza dei lavoratori di cui ha bisogno la nostra economia».
Dal Vaticano il cardinale Renato Raffaele Martino applaude le parole di Napolitano. D’accordo anche Maurizio Sacconi, ministro del Welfare: «Ha detto una cosa giustissima, che per diventare cittadini occorre conoscere i diritti e anche i doveri». Roberto Maroni usa accenti diversi: «La cittadinanza è un traguardo da conquistare, da verificare e comunque da subordinare a limiti di reddito e all’esistenza di condizioni sostenibili per il Paese». E poi «devono parlare italiano».