Immigrati, gli sbarchi sono raddoppiati Maroni: "È un’emergenza nazionale"

Boom di ingressi illegali.
Il ministro dell'Interno: "Poteri
straordinari ai prefetti. Così
potremo accogliere i clandestini
sotto un tetto e non in una tenda".
Fini: &quot;Il governo riferisca&quot;. <a href="/a.pic1?ID=278955" target="_blank"><strong>La sinistra usò lo stesso decreto ma ora grida</strong></a>: &quot;Stato di polizia&quot;<br />

Roma - È emergenza immigrazione su tutto il territorio nazionale. L’ha deciso il Consiglio dei ministri, ma non è la prima volta: anche Romano Prodi aveva stabilito, un anno fa, lo stesso principio: «potenziare le attività di contrasto e di gestione del fenomeno» per «l’eccezionale afflusso». Le parole coincidono, due decreti identici, fotocopie di decreti emanati negli anni precedenti, ma ieri sul ministro dell’Interno Roberto Maroni (nella foto) si è scatenata la furia delle critiche politiche.

L’emergenza immigrazione crea «uno Stato di polizia», ha attaccato subito Rosi Bindi, mentre il ministro ombra di Maroni, Marco Minniti, ha mostrato la sua «preoccupazione» per una decisione che «il governo deve spiegare al parlamento e al Paese», dimenticando che sedici mesi fa tutto il governo Prodi aveva firmato lo stesso testo. Anche Antonio Di Pietro è caduto nella trappola della dimenticanza: «Per questo governo l’ordinario diventa sempre emergenza», ha tuonato, e il congresso di Rifondazione comunista, partito fuori dal parlamento, ha approvatoun ordine del giorno di denuncia: «Un pezzo di fascismo », ha definito il provvedimento il governatore della Puglia Nichi Vendola. È scoppiato il finimondo, un’amnesia politica smascherata dalla Gazzetta Ufficiale ma che Maroni ha voluto mostrare nel suo paradosso convocando una conferenza stampa, in serata, al Viminale. Lo stato di emergenza è stato deciso dal Consiglio dei ministri per far fronte al «raddoppio degli sbarchi» nei primi sei mesi del 2008. Erano stati 5.378 nel primo semestre del 2007, sono stati 10.611 adesso. Perché? C’è un accordo con la Libia, firmato a dicembre del 2007, ma Tripoli «non ne consente l’entrata in vigore».

Lo stato di emergenza è stato esteso a tutto il territorio nazionale, e non solo a tre regioni (Puglia, Calabria e Sicilia), come aveva deciso l’ultimo decreto del governo Prodi, per consentire ai clandestini sbarcati di avere una sistemazione «sotto un tetto e non sotto una tenda». Le strutture del sud sono stracolme e solo in questo modo la Protezione Civile «può trovare posto », soprattutto ai molti richiedenti asilo.

Poi l’attacco politico. Nell’ultimo decreto del 14 febbraio Prodi aveva istituito lo stato di emergenza solo in tre regioni, ma nel 2007 il suo consiglio dei ministri aveva approvato un testo con una «formulazione identica» rispetto al decreto di ieri. Il testo pubblicato sulla Gazzetta il 28 marzo del 2007 prorogava emergenza fino al 31 dicembre, su tutto il territorio nazionale per il «considerato persistente massiccio afflusso di stranieri extracomunitari» e prevedeva «poteri straordinari, mediante interventi e provvedimenti di natura eccezionale». Il decreto del governo Berlusconi non è altro che «la sesta proroga», ha chiarito Maroni («la proroga della proroga della proroga della proroga della proroga della proroga»), dato che la prima emergenza era stata dichiarata nel 2002 dal precedente governo di centrodestra.

L’opposizione ieri ha quindi polemizzato su una proroga di cinque proroghe di cui due erano state firmate dal centrosinistra. «È la peggiore politica », ha commentato Maroni: «Una polemica basata su pregiudizi e su falsità». Ha chiarito di aver inviato «tutta la documentazione» al capo dello Stato e di avergli telefonato, documentazione che porterà in aula anche quando riferirà al parlamento, come chiesto, per la Camera, da Gianfranco Fini. Un atto dovuto, quello del presidente di Montecitorio, in risposta «alle richieste dell’opposizione». «Sono lieto di andare in parlamento a riferire», ha poi dichiarato il ministro della Lega, che ha ricordato come Amato, il suo predecessore, «non ritenne» di spiegare» alle Camere. Né qualcuno glielo chiese.