Immigrati, la sinistra ha fretta Diritto di voto subito per tutti

Progetto di legge di Verdi e Pdci: stranieri elettori del Parlamento anche prima di diventare italiani

Emanuela Fontana

da Roma

Immigrati al voto subito. Senza aspettare la cittadinanza. Tutti i nuovi decreti e i disegni di legge sugli stranieri sembrano andare nella direzione dell’ampliamento del bacino elettorale italiano agli extracomunitari. Il ddl presentato venerdì dal ministro Giuliano Amato prevede che siano sufficienti cinque anni per acquisire il diritto di cittadinanza per chiunque risieda regolarmente nel nostro territorio. In realtà, sul binario parallelo dei progetti di legge depositati in parlamento, c’è un’iniziativa di alcuni senatori dell’ala radicale del centrosinistra che punta a rendere ancora più celere il passaggio da immigrato a votante, e senza la clausola dei cinque anni di residenza.
È il pdl numero 526 di questa legislatura, prima firmataria il presidente del gruppo Verdi-Pdci al Senato, Manuela Palermi, già assegnato alla commissione Affari Costituzionali a meno di un mese dalla presentazione. L’iniziativa è cofirmata da altri esponenti del Sole che ride e dei Comunisti italiani, tra i quali il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, e prevede la modifica dell’articolo 48 della Costituzione italiana e il voto per i «regolarmente residenti»: «Dopo il primo comma dell’articolo 48 della Costituzione - recita il ddl - è inserito il seguente: “Allo straniero regolarmente residente sul territorio nazionale è riconosciuto il diritto di voto nei limiti, con i requisiti e secondo le modalità stabiliti dalla legge”».
I firmatari propongono che il voto sia accessibile agli immigrati anche per le elezioni politiche. Si parla di stranieri «regolarmente residenti in Italia», e non si fa cenno al limite dei cinque anni, il tempo che il governo propone per ottenere la nazionalità: «Onorevoli senatori - si legge nella relazione - auspichiamo pertanto l’approvazione del disegno di legge costituzionale con la quale abbiamo ritenuto doveroso estendere il diritto di voto nelle elezioni politiche e regionali ai cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia, rimandando a un disegno di legge ordinaria quanto concerne il diritto di voto nelle elezioni provinciali, comunali e circoscrizionali».
I proponenti sono convinti che «il riconoscimento da parte del nostro Paese di questa prerogativa in favore degli stranieri possa diventare il primo passo per la costruzione di una nuova cultura del confronto e del dialogo». Per i senatori dei Verdi il diritto al voto è sinonimo di integrazione: «La effettiva ammissione degli immigrati alla vita pubblica è rappresentata dalla partecipazione alle consultazioni elettorali del Paese in cui lavorano e risiedono, offrendo così loro la possibilità di incidere sul suo progresso economico e democratico». Nel testo si chiarisce che, per quanto riguarda le elezioni amministrative, esistono già riferimenti di legge e una direttiva dell’Unione Europea, la «Convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale, fatta a Strasburgo il 5 febbraio 1992, e ratificata dall’Italia».
Viene ricordato come la legge Turco Napolitano del centrosinistra, approvata nel ’98, prevedeva inizialmente il voto per gli immigrati, ma la norma «fu stralciata dal testo originario per il timore di vizi di costituzionalità rivelatisi poi infondati, e venne così approvata legge n. 40 del 1998 che prevede unicamente forme di partecipazione intermedia alla vita politica».
Gli extracomunitari che lavorano nel nostro Paese, scrivono i senatori, sono «stimati in circa 800.000 unità», con un «monte retributivo di circa 9 miliardi di euro». Il loro apporto, si spiega, contribuisce al 3,2% del prodotto interno lordo, «160 miliardi di euro negli ultimi cinque anni».
Tutte queste cifre, secondo la senatrice Palermi, il ministro Pecoraro Scanio e i cofirmatari, rappresentano «un’anomalia», di una «una società multietnica, dove «soltanto ad una etnia», ossia a quella italiana, «è riservato il diritto di elettorato attivo e passivo, essendo le altre finora utilizzate come forza-lavoro priva di una reale soggettività politica».