Immigrato suicida per far ottenere il visto a suo figlio

Lorenzo Amuso

da Londra

Si è ucciso per assicurare un futuro migliore al figlio. Una storia di ordinaria disperazione, consumatasi nel centro di accoglienza di Bedfordshire, Inghilterra. Le telecamere della struttura lo hanno sorpreso mentre lasciava la sua stanza per andare ad impiccarsi sulle scale. Le sue ultime parole, indirizzate al figlio 13enne, scritte su un biglietto rinvenuto più tardi. «Sii coraggioso. Lavora duro e fai bene a scuola». Manuel Bravo aveva lasciato l'Angola nel 2001. Con la moglie Lydis, e l’altro figlio Mellyu, aveva chiesto alle autorità britanniche il permesso di soggiorno. Figlio del leader della Association of the Youth Democracy (Ajdb), in aperta opposizione al regime del presidente José Eduardo dos Santos, aveva denunciato l'omicidio dei genitori e le violenze sessuali subite dalla sorella. Si considerava un rifugiato politico, ma la sua domanda, e il successivo appello, dopo un interminabile peregrinare tra gli uffici della burocrazia ministeriale, erano stati infine respinti. Fermato lo scorso settembre assieme al figlio Antonio, in quanto «immigrati clandestini», erano stati rinchiusi nel centro di Yarl's Wood in attesa di rimpatrio. Meno di 24 ore dopo il fermo, il tragico gesto. Preceduto da un'altra nota che raccontava la sua angoscia. «Mio figlio Antonio deve restare in Gran Bretagna per proseguire gli studi. Non voglio che torni in Angola per soffrire».
L'inchiesta avviata in seguito al suo suicidio, avvenuto lo scorso 13 settembre, mira a chiarire se simili strutture residenziali siano attrezzate per ospitare immigrati come Manuel, vittime di una fatale combinazione di depressione e disperazione. Nei mesi successivi, il trattamento medico-pischiatrico all'interno di Yarl's Wood è stato rafforzato. Nel frattempo il piccolo Antonio ha ottenuto l'estensione del permesso di soggiorno fino al compimento del 18° anno, ed è stato affidato temporaneamente ad una famiglia di Leeds. «È un caso tragico ma sfortunatamente non unico - ha commentato Tim Finch, direttore del Refugee Council -. Un dramma che mostra il livello di disperazione delle persone in questi centri. Non hanno commesso alcun crimine. E non c’è alcuna evidenza che vogliano scappare. Eppure vengono trattati come criminali».