Immigrazione, la carica dei "buonisti" pentiti

Si ingrossano le fila di chi rinnega le politiche di "accoglienza a
tutti costi". Dopo la Turco, Penati e Zanonato, Gianfranco Bettin,
prosindaco di Venezia, denuncia gli errori dei "compagni" di fronte al
fenomeno extracomunitari

Venezia «Il solidarismo serve a ben poco». «Velleitaria e demagogica, schizofrenica e corriva, la sinistra italiana, di fronte alla prova epocale costituita dalla nuova immigrazione ha fallito sul versante dei diritti da promuovere e su quello delle regole da far rispettare». «L’immigrazione è rimasta una questione periferica e marginale nell’impianto teorico e programmatico della sinistra e, ancor più, nelle sue pratiche di governo, localmente e centralmente; pratiche, perciò, spesso dilettantesche, segnate da improvvisazione».
Non lo dice il ministro leghista Roberto Maroni, né qualche politico del centrodestra e nemmeno uno dei tanti sindaci-sceriffi (di vario colore) del Nord. Sono parole di Gianfranco Bettin, sociologo, membro dell’esecutivo nazionale dei Verdi, consigliere regionale veneto e prosindaco di Venezia. Stavolta il «j’accuse» alla sinistra sull’immigrazione viene dalla stessa sinistra. È contenuto in un libro che esce la prossima settimana (Gorgo. In fondo alla paura, Feltrinelli) in cui Bettin ricostruisce il feroce delitto di Gorgo al Monticano (due coniugi custodi di una villa torturati e massacrati da una banda di slavi) preso a emblema del fallimento delle politiche di accoglienza del centrosinistra che allora - il massacro risale all’agosto 2007 - era al governo.
Quella del numero due di Massimo Cacciari non è un’autocritica, perché Bettin su questi temi è sempre stato severo. Ma la sua voce era confinata nel recinto degli intellettuali non organici, che hanno la libertà di condannare il pensiero dominante perché tanto nessuno li ascolta. Ora invece, davanti al dilagare della criminalità straniera, l’esame di coscienza nella sinistra sta diventando collettivo. Il capostipite può essere considerato Marzio Barbagli, un cattedratico bolognese che da anni studia la criminalità in Italia. Nell’ultimo libro, pubblicato un anno fa, racconta che già nel ’96 era evidentissimo il dilagare della delinquenza tra gli immigrati, soprattutto irregolari. «Quei dati erano così in contrasto con le mie convinzioni politiche che feci ogni sforzo per non prenderli sul serio». Quando si decise a pubblicarli, a sinistra fu travolto da attacchi «prevalentemente di natura politica. Qualcuno mi disse anzi di condividere completamente le conclusioni alle quali ero arrivato, ma di considerarne pericolosa la pubblicazione. L’indignazione portò due o tre di loro a togliermi il saluto».
Negli ultimi mesi i «mea culpa» si sono moltiplicati. L’ex ministro diessino Livia Turco, che con Giorgio Napolitano firmò una legge poco efficace, ha ammesso che «la cultura del “ti accolgo, punto e basta” non è quella giusta nei confronti degli immigrati. Prima di diventare ministro la pensavo così. Da anni ho cambiato idea. Pensavo contasse la solidarietà, poi ho capito che servono regole severe». Ma quando stava al governo, tutta questa severità non si è vista.
Marta Vincenzi, sindaco Pd di Genova, dice che «è sempre stato sbagliato pensare di aprire le porte indifferentemente a tutti solo perché venivano via dai loro Paesi. Troppo spesso nella sinistra sono prevalse posizioni ideologiche». Filippo Penati, presidente Pd della provincia di Milano, ha chiesto di fermare i flussi migratori: «Non possiamo accettare 23mila persone e 200 campi nomadi concentrati nella zona di Milano: questo non è razzismo, è responsabilità. Non possiamo più, di fronte a certe evidenze, dire aristocraticamente: dovete pensarla così».
Insomma, sembra che a sinistra si stia aprendo una riflessione su immigrazione e sicurezza. Ma i pentiti sono pochi. Leader come Massimo D’Alema preferiscono ancora scaricare le colpe sulla «sinistra radicale che ha avuto scarsa sensibilità e si è arroccata su una visione non realistica», come ha confessato in tv da Lucia Annunziata. Sarà lunga, questa marcia. Chiedere conferma a Paolino Barbiero, segretario della Cgil di Treviso messo sotto processo per aver chiesto, all’affacciarsi della crisi, di fermare gli arrivi di altri lavoratori stranieri: «Prima devono tornare al lavoro quelli che vivono qui da anni, hanno famiglia, figli, la casa, un mutuo». Un buonsenso che a sinistra non riesce ancora a mettere radici.