Immigrazione, torna il delitto d’onore

L’Onu segnala 5mila casi nel mondo. Ma negli ultimi anni si registrano
omicidi e violenze anche in Europa e Usa. Lo sfondo è sempre
l’integralismo islamico

Massimo Picozzi

Roma - Samia è una giovane donna di 28 anni, e quella mattina ha fissato un appuntamento in uno studio legale nel centro di Lahore, in Pakistan. La sua non è stata una decisione facile, ma l’ennesimo litigio col marito, culminato nella solita, selvaggia aggressione, l’ha convinta a rompere gli indugi e chiedere il divorzio.

Da pochi minuti sta seduta davanti all’avvocato Hina Jilani, quando la segretaria annuncia che in sala d’attesa è arrivata anche la madre di Samia, in compagnia di un uomo.

Samia è contenta di avere la madre vicina, in un momento così difficile, e accenna ad alzarsi per andarle incontro. Ma per lei c’è solo il tempo di un sorriso, perché l’uomo che entra, Habib ur Rhemna, le punta la pistola alla testa e fa fuoco. Solo quando Habib e la madre di Samia se ne sono andati, l’avvocato trova il coraggio di lanciare l’allarme.

Ma non si tratta di un semplice omicidio con le caratteristiche di una spietata esecuzione, il fatto è che nessuno dei politici pakistani ha condannato il fatto, anzi qualcuno è arrivato a chiedere una condanna per l’avvocato Hina Jilani, colpevole di essersi prestata a difendere gli interessi della vittima. Posizione questa, subito raccolta dai fondamentalisti islamici, per i quali l’unica pena possibile da infliggere all’avvocato Jilani era la morte.

Quello di Samia è uno dei casi più noti di honour killing avvenuto nel Pakistan, a dir la verità uno dei pochi che abbia ottenuto una qual risonanza, a fronte di un numero incredibile di tragedie che ogni anno si consumano nel silenzio.
Lo Human Right Watch, l’Osservatorio per i Diritti Umani, definisce i crimini per onore come atti di violenza, soprattutto omicidi, commessi da membri di una famiglia di sesso maschile contro i membri femminili, perché ritenuti responsabili d'avere portato «disonore» al gruppo. Vi sono molte ragioni per le quali una donna può diventare un bersaglio per i propri familiari: rifiutando ad esempio di accettare un matrimonio combinato, essendo vittima di uno stupro per il fatto d’essersi esposta al rischio di violenza, chiedendo il divorzio, o, naturalmente, commettendo adulterio.
Ma talvolta basta la semplice impressione che la donna si sia comportata in modo «sconveniente» per innescare un’aggressione mortale.
È evidente come la spiegazione di una tale barbarie stia tutta in una concezione primitiva della donna e dei rapporti tra mondo femminile e maschile. Prima di mutilare e uccidere, occorre che la vittima sia inquadrata a un rango inferiore, subordinata e accessoria alla figura dell’uomo.
Se qualche ricercatore iscrive il «delitto d'onore» tra gli omicidi domestici, mentre altri li comprendono nella categoria degli hate crimes, i crimini dell’odio, tutti sono d’accordo sull’eccezionalità dei numeri: ogni anno almeno cinquemila donne vengono uccise perché hanno disonorato la propria famiglia!
E la maggior parte di questi delitti non viene nemmeno riconosciuta, perché camuffata da incidente, oppure da suicidio.
In Pakistan, dove la pratica dell’honour killing è più diffusa e soprannominata «karo kari», una recente pubblicazione scientifica ha riportato 1957 omicidi tra il 2004 e il 2007. Nell’88% dei casi a morire sono le mogli, nel 92% ritenute responsabili di adulterio. Ma la statistica è forzatamente incompleta: in assenza di dati ufficiali, raccolti da un ente governativo, gli studiosi si sono basati unicamente sulle fonti giornalistiche.

In Gran Bretagna, dove risiede una importante comunità pachistana erede del colonialismo, il fenomeno del «karo kiri» ha costretto New Scotland Yard ad attivare un’unità speciale per l’investigazione e il contrasto del fenomeno. In alcuni casi, per eliminare con fredda premeditazione una donna «disonorata», i killer sono stati assoldati direttamente nel Paese d’origine, hanno viaggiato per migliaia di chilometri e assolto il loro mandato, prima di rientrare in Pakistan facendo perdere le proprie tracce. Il fenomeno tuttavia non è limitato al Pakistan o ai pachistani.

Le Nazioni Unite segnalano che casi di honour killing sono stati riportati in Egitto, Giordania, Libano, Marocco, Siria, Yemen, Iran, Irak, Turchia, ma anche in Francia, Germania, Gran Bretagna (dove le donne assassinate sono almeno una dozzina all’anno) Italia, Stati Uniti e Canada.

In quest’ultimo Paese, l’opinione pubblica è rimasta colpita da un recente fatto di cronaca, la scoperta dei cadaveri di tre sorelle adolescenti e di una loro familiare. I loro comportamenti giudicati disonorevoli, avevano indotto i genitori ad ucciderle e occultarne i cadaveri in un’auto, poi portata ad affondare nelle acque di un lago.
Fenomeno subdolo, diffuso, la piaga dell’honour killing chiede risposte che non possono esaurirsi in appelli alla crescita culturale, al superamento degli antichi pregiudizi sul ruolo subordinato delle donne. Occorre una forte presa di posizione a livello politico. Ancora esistono Paesi in cui l’eliminazione di una donna colpevole di adulterio, sorpresa in flagranza, non prevede alcuna punizione per l’assassino. Nemmeno se l’omicidio è stato pianificato con premeditazione. Turchia, Irak, Pakistan, Egitto e le comunità di emigranti che da questi paesi provengono, hanno altra posizione, che tuttavia nella sostanza garantisce l’impunità.

Per le nazioni citate, il delitto d’onore non viene spesso riconosciuto, anzi c’è chi arriva a sostenere che sia un'invenzione dell’Occidente, puramente volta a screditare la tradizione e la cultura islamica. Tradizione ? Cultura? Cinquemila vittime innocenti all’anno. E probabilmente, sono almeno il doppio.