Impariamo a convivere con i morti in guerra

Ci si può abituare agli orrori della guerra? Alle immagini dei nostri soldati caduti, dei corpi e dei mezzi dilaniati dalla furia delle esplosioni e dei proiettili allo strazio dei famigliari, al dolore sobrio e composto dei commilitoni, al tetro rito dei funerali di Stato, della bandiera tricolore sui feretri, delle note dell'inno nazionale a quelle del silenzio?
No, non si può, non si deve.
Dobbiamo però cambiare il modo con il quale affrontiamo queste tragedie, eventi con i quali, purtroppo, dovremo convivere, a lungo.
Non a caso negli Stati Uniti si parla di «lunga guerra», perché la lotta al terrorismo, la difesa della sicurezza, degli interessi nazionali, comincia nelle più lontane regioni del globo. Non illudiamoci. Non sappiamo se e quando l'impegno in Afghanistan avrà termine, ma sappiamo che nel frattempo si aprirà un nuovo fronte di crisi, da qualche altra parte. E del resto migliaia di militari (...)
(...) italiani sono in Libano, nei Balcani, al largo della Somalia.
Non possiamo tirarci indietro, perché in gioco ci sono le nostre vite e il modello di società, i valori che diamo per scontati e che invece rischiano di essere messi a repentaglio. E se si pretende di contare qualcosa sul proscenio internazionale, occorre essere pronti a farsi carico di responsabilità nel campo della sicurezza. Ai tempi della guerra fredda l'Italia poteva vivere di rendita e farsi difendere. Oggi non è più possibile: conti non tanto per quel che puoi fare, ma per quello che fai effettivamente. E persino Paesi un tempo neutrali, come Svezia o Austria, si assumono impegni crescenti e mandano soldati in Afghanistan. La Germania poi ne ha quasi 5mila, la Gran Bretagna 10mila, la Francia 3.800. Tutti o quasi sono impegnati. Chi non invia truppe, apre il portafoglio e chi si tira indietro... paga un prezzo politico e strategico enorme.
L'Italia però non è abituata a pensare che i suoi soldati possano cadere in battaglia, o in imboscate o anche in incidenti mentre prendono parte a missioni militari.
Non importa se le chiamiamo missioni di pace o in qualche altro modo. Le formule politicamente corrette non contano per chi opera a centinaia, a migliaia di chilometri da casa, con la consapevolezza di essere esposto a rischi elevatissimi, rischi che si può, si deve cercare di attenuare, impegnando le risorse e le tecnologie necessarie, ma che non possono essere eliminati.
L'Italia ha riscoperto quali sono i pericoli delle operazioni militari solo con la tragedia di Nassirya, in Irak. Sì, la stagione delle missioni di pace era iniziata ben prima, pensiamo al Libano, alla Somalia. E abbiamo anche combattuto in due guerre «ufficiali», quella del 1991 in Irak e quella del 1999 sulla ex Jugoslavia. Ma è da Nassirya che è cambiato qualcosa, quando abbiamo subito, in un solo giorno, 19 morti, quando abbiamo inviato all'estero contingenti consistenti di tutte e quattro le forze armate, militari professionisti e volontari.
Gli italiani hanno sorpreso la politica e i media con la risposta spontanea a Nassirya. Ma pensavano, speravano che quello fosse un episodio eccezionale. Così non è, non può essere. Solo i più anziani ricordano le immani devastazioni e i genocidi della guerra mondiale. Le nuove generazioni non hanno l'esperienza e, non svolgendo più il servizio militare di leva, neanche conoscono le nuove forze armate. Occorre allora sforzarsi di maturare, imparare che anche per cercare di portare la pace si può essere costretti a combattere e che i nostri soldati ogni giorno possono essere feriti, uccisi, traumatizzati. Lo fanno anche per chi resta a casa e magari neanche non sa dove sia l'Afghanistan.
Certo la morte dei nostri soldati non deve diventare qualcosa di «normale», ma occorre la consapevolezza che le operazioni militari sono inevitabili, con i sacrifici e i lutti che comportano. Eravamo coscienti della realtà nella stagione di sangue del terrorismo «interno». Dobbiamo esserlo anche in questa nuova, difficile condizione.