Impianti dentali per fissare le protesi mobili

Felicita Donalisio

Le protesi totali mobili (cioè, tanto per intendersi, quelle portate da persone totalmente prive di denti) provocano spesso problemi di vario tipo: alcuni di natura puramente psicologica, legati alla non accettazione della dentiera, avvertita come una sorta di invalidità, altri più pratici e concreti, come l’instabilità della protesi stessa, con conseguente difficoltà a mangiare ed a condurre una normale vita sociale. Esistono soluzioni a questo problema? Lo chiediamo a Emilio Francini Naldi, dottore in medicina e chirurgia ed odontoiatria in Milano, Firenze, Roma, Udine (www.efran.it).
«Premesso che una protesi totale ben fatta è stabile ed esteticamente indistinguibile, esistono casi – per fortuna, una esigua minoranza - in cui, per particolari caratteristiche dell’osso o delle mucose del cavo orale, è praticamente impossibile ottenere una stabilità ottimale», spiega lo specialista.
«Si tratta di un grosso problema per la persona, che, oltre alle ovvie difficoltà di alimentazione, rischia di contrarre una sindrome della dentiera mobile, che ne condiziona la vita in maniera importante. Altre volte, esiste un vero e proprio rifiuto della protesi, che viene collegata all’idea dell’invecchiamento, della decadenza fisica, di un handicap ».
La soluzione, in entrambe queste situazioni, può essere l’implantologia, in grado di bloccare la protesi mobile. Si inseriscono alcuni impianti (da due a quattro) di piccolo diametro, ai quali, tramite connessioni di vario tipo, si va a fissare la protesi una volta inserita in bocca: in questo modo non accadrà più che si muova involontariamente, ma sarà necessario esercitare una trazione, spesso anche notevole, per rimuoverla».
Si tratta di una procedura complessa e per la quale saranno necessari i lunghi tempi propri dell’implantologia? «Assolutamente no», risponde il dottor Francini Naldi. «Il posizionamento chirurgico ed il fissaggio della protesi agli impianti avviene in un’unica seduta, ed è quasi sempre possibile effettuare incisioni minime della gengiva, in anestesia locale ed in meno di 45 minuti».
Alcune persone si dichiarano disposte a qualunque sacrificio pur di uscire dall’incubo della dentiera: spesso, però, accade che si sentano dire che la quantità di osso presente è insufficiente per inserire gli impianti e che, quindi, devono rassegnarsi. «Ho più volte ribadito, che una terapia implantare è sempre possibile», sostiene l’esperto. «In quella piccola percentuale di casi nei quali l’osso è scarsissimo, si deve ricorrere all’autotrapianto, che consiste nel prelievo di osso dall’anca o dalla teca cranica e nel suo posizionamento nella mascella o nella mandibola, per ottenere spessore sufficiente. Si tratta di un intervento che si deve eseguire in anestesia totale, con uno o due giorni di degenza, ma che è risolutivo: contemporaneamente al trapianto osseo o dopo circa tre mesi, si inseriscono gli impianti e si segue la normale tempistica per la realizzazione della protesi fissa. Va detto, comunque, che quasi sempre è possibile evitare interventi di tale impegno. Nella quasi totalità dei casi che si presentano, si riesce a risolvere la questione attraverso interventi di implantologia alla poltrona, in anestesia locale e in tempi brevi. Viene inserito nell’osso il maggior numero possibile di impianti (almeno 6 per ogni arcata) e su questi - attesi i tempi di osteointegrazione, di cinque o sei mesi - si può posizionare una protesi fissa, che non va più tolta e che può essere gestita esattamente come i denti naturali, di cui possiede la solidità e l’estetica».