Impiegata fantasma in Procura Mille giorni di malattia in 3 anni

Alla fine la donna è stata licenziata Ma ha già annunciato ricorso

da Milano

Allora si può. Con calma, forse, ma si può. Allora è possibile che anche i pubblici uffici si accorgano che «l’efficienza innanzitutto», e che - preso il giusto coraggio - si liberino di un dipendente «fantasma». Decisione sofferta, e lunga da prendere. Ma alternativa non c’era. Perché un conto è essere elastici, altra cosa è sembrare babbei. Così, sull’altare del rendimento, finisce un’impiegata della Procura di Milano. Che assenteista è dire poco, se - fatti i conti - risulta che lontana dal suo ufficio per malattie vere o presunte c’è stata più di mille giorni. In tre anni. Dai numeri al senso, praticamente sempre.
Storia della signora N. (e per pudore ne «omisseremo» il nome), che arriva a palazzo di Giustizia nel 2004. Parola d’ordine, «mobilità», meccanismo grazie al quale il dipendente pubblico può passare da un ufficio a un altro, quando il primo conta gli esuberi e il secondo è sotto organico. Così, la signora N., che lavorava all’Università, inoltra domanda al Ministero della Giustizia. Nessuno, nell’Ateneo, scende in trincea per trattenerla. E nei tribunali, il personale scarseggia più dell’oro.
Bastano pochi mesi trascorsi negli uffici giudiziari, e N. s’«infortuna» lungo il tragitto che da casa la porta a lavoro. Si rompe una gamba ed è il primo stop, certificato dall’Inail. E fin qui, ci può stare. Meno i tempi di recupero, che iniziano a lievitare. La donna si ripresenta in Procura solo sette mesi più tardi, ed è febbraio 2005. Un mese per riambientarsi, ed ecco la ricaduta. La prima di una lunga, ininterrotta serie.
A marzo, N. invia un fax al responsabile del personale in cui si dichiara nuovamente malata. Poi le scuse si accumulano tragicomicamente. Una lunga corrispondenza con il Palazzo, ed è un valzer di spiegazioni. Dolori diffusi, mal di schiena e alla testa, sospetti di bruttomale, fino a un’imprevista quanto miracolosa gravidanza (la donna è ultracinquantenne). Sempre via fax - di farsi trovare al telefono non se ne parla - spiega che forse è incinta, che deve verificare, che comunque non se la sente e che insomma di tornare non è ancora il momento. Almeno per ora, almeno fino alla prossima malattia. Almeno finché non sarà chiaro che non aspetta un figlio.
Ci provano, in Procura. Provano a contattarla, ma la signora N. è fantasma a casa come lo era in ufficio. Solo per le visite fiscali si lascia trovare. Accertamenti durante i quali riesce a strappare proroghe di infermità. E i mesi passano, e i giorni si accumulano. Qualcosa come mille e ottanta assenze per malattia, calcolano a spanne a Palazzo. Così, parte la lettera di licenziamento. Parte, ma non arriva. O meglio, non c’è nessuno a riceverla, mentre in settembre il licenziamento è già cosa ufficiale anche al Ministero. Ma la raccomandata ritorna in Procura. Per comunicarle il «congedo», l’ufficio del personale deve mandare i carabinieri. Che suonano alla porta di N., e ancora una volta nessuna risposta. Serviranno altri giorni per chiarire la situazione.
Finisce l’era della signora N., fantasma in ufficio e fantasma anche a casa. Si chiude sì ma no troppo, perché - pare - la donna ha intenzione di rivolgersi a una avvocato. Come se qualche settimana di lavoro annegata in tre anni di assenze non bastino a dire che la misura - anche nel pubblico impiego - era colma. Se dovrà essere causa civile che causa sia, penserà la signora. Tanto può aspettare. Lei.