Impregilo, il tribunale di Napoli decide sequestro per 750 milioni

Chiesta anche l’interdizione per un anno dai contratti con la Pubblica amministrazione Il pm Trapuzzano: «Chi aveva l’obbligo di controllare non lo ha fatto »

da Napoli

Sulla «monnezza» di questa rovente estate napoletana, ieri, è piovuta altra benzina ma non si tratta del liquido che ogni notte irresponsabili cittadini versano sulle migliaia di tonnellate di rifiuti, che giacciono nelle strade della regione governata da Antonio Bassolino. No, la benzina è costituita da quelle 414 pagine di ordinanza applicativa della misura cautelare, emessa a carico della Impregilo e di cinque società del gruppo tra cui la Fibe e la Fisia (firmata dal Gip Rosanna Saraceno): interdizione dal contrattare per un anno con la pubblica amministrazione sullo smaltimento e il recupero energetico dei rifiuti e sequestro di 750 milioni di euro. La cifra si riferisce ai crediti vantati dalle società nei confronti dei Comuni della Campania per l’attività di smaltimento dei rifiuti. Secondo gli inquirenti della Procura di Napoli (il procuratore aggiunto, Camillo Trapuzzano e i pm, Giuseppe Noviello e Paolo Sirleo), che hanno chiesto al Gip l’emissione dell’ordinanza, sarebbero state commesse delle irregolarità nella gestione dello smaltimento dei rifiuti in Campania.
In sostanza, alle società sono contestati illeciti penali per truffa. Pesantissimo il commento del procuratore aggiunto Trapuzzano, sui presunti illeciti concretizzatisi grazie alla «complicità e alla connivenza di chi aveva l’obbligo di controllare e di intervenire e non lo ha fatto per troppo tempo». Non fa nomi il pm, ma quelli erano emersi già lo scorso settembre, quando un avviso di conclusione delle indagini preliminari era stato inviato a 23 indagati. Tra questi, il presidente Antonio Bassolino, nella sua veste di ex Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania. Bassolino, secondo i pm, con i poteri che gli derivavano dalla sua carica di Commissario, aveva la possibilità e l’obbligo di assicurare una «corretta gestione dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani, assimilabili e speciali».
Ma, nonostante questi poteri, Bassolino, «non impediva, realizzava e consentiva la perpetua violazione degli obblighi contrattuali assunti dall'Ati, affidataria in relazione alla gestione del ciclo dei rifiuti solidi urbani in Campania». Bassolino è anche accusato dagli inquirenti di essersi dimenticato di «intraprendere iniziative dirette a contestare e comunque impedire le accertate violazioni contrattuali da parte delle società affidatarie». Duro il commento del procuratore Giovandomenico Lepore. «Il sistema che era stato congegnato e progettato, non portava da nessuna parte». Il capo dei pm napoletani ha poi spiegato i motivi che avevano generato le decisione della stessa procura di revocare il sequestro degli impianti di Cdr. «La chiusura avrebbe provocato nell'intera Campania notevoli pericoli della sicurezza pubblica».
Soddisfazione in Procura perché l'ordinanza «dimostra la validità dell'impianto accusatorio» e che «la truffa c’è stata e ciò ci conforta per il seguito, quando passeremo alle responsabilità dei singoli». Da fonti di Palazzo di Giustizia è trapelato che i pm titolari dell'inchiesta sui rifiuti aspettavano l’ordinanza del gip Saraceno, per passare alla seconda fase del procedimento, quello a carico di 23 indagati ai quali nel settembre dello scorso anno furono notificati gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari: oltre a Bassolino, Raffaele Vanoli, ex vicecommissario per l’emergenza, l'ex subcommissario Giulio Facchi. A breve, i pm potrebbero procedere alle richieste di rinvio a giudizio.
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