Imprenditori in allarme: «Instabilità drammatica»

Montezemolo: «Un black out che rischia di essere molto negativo per l’Italia». Bortolussi (Cna Mestre): «Il governo è arrivato al capolinea». Il
presidente della Confapi, Galassi: «Troppi favori alla grande impresa, a noi imposti sacrifici»

Milano - L'immagine più malinconica è di Andrea Riello, presidente degli industriali veneti: «Mi è sembrato di essere entrato in un cinema e aver trovato un film già visto 10 anni fa, stessa trama e stessi attori». Ecco la tristezza del mondo produttivo che in un decennio ha dovuto cambiare pelle, affrontare nuovi mercati e nuovi concorrenti, superare crisi gravissime, e deve fare i conti con una politica rimasta uguale a se stessa, litigiosa e incapace di garantire continuità. Stabilità è una parola che sembrava acquisita dopo i cinque anni di Silvio Berlusconi. Invece no.
«Il rischio è che ci siano gli italiani ma non l'Italia - ha detto il presidente di Confindustria Luca di Montezemolo -. In questo periodo di crescita, tutto il Paese (e non solo gli imprenditori) si è dato molto da fare. Gli italiani reagiscono e competono. Mi auguro si possa uscire da questi giorni con una situazione più chiara. Questo black-out rischia di essere molto negativo anche per l'immagine all'estero». «Tutto ciò che aggiunge incertezza alle istituzioni fa male all'economia», ha sintetizzato l'amministratore delegato di Intesa-Sanpaolo, Corrado Passera.
«L'instabilità è drammatica per le aziende - specifica Riello -. Ai tempi della finanziaria dissi: meglio una legge così che l'esercizio provvisorio. Veniamo da cinque anni di straordinaria stabilità politica rispetto agli ultimi decenni, con un premier unico che ha solo cambiato qualche ministro. Mi auguro una cosa: che adesso non ci dicano "scusate, abbiamo sbagliato, non è successo nulla, andiamo avanti". Sarebbe un ulteriore allontanamento dal Paese reale. Il popolo italiano vuol essere governato, non preso in giro con un altro girotondo come nel 1998». «Purtroppo ci siamo abituati anche all'instabilità - sospira Mauro Saviola, leader nella produzione di pannelli ecologici e nel recupero del legno -. Ci siamo sempre arrangiati e lo faremo ancora. Le aziende debbono continuare a tirare la carretta come abbiamo sempre fatto. Lo dico sempre ai miei collaboratori: bisogna fare il pane con la farina che c'è».
Ma nelle richieste di chi produce non c'è soltanto «l'esigenza di stabilità politica e di continuità nel cui nome l'ultima finanziaria ha chiesto forti sacrifici», per dirla con Ivan Malavasi, presidente della Cna. «Noi chiediamo al governo di ridare fiducia agli imprenditori e ai lavoratori - precisa Paolo Galassi, presidente della Confapi (50mila piccole e medie aziende, un milione di occupati) -. I miei dipendenti mi stanno già addosso per le decurtazioni alla busta paga di gennaio. Da questo governo sono arrivati segnali sconfortanti. Ci vuole attenzione verso i medi e piccoli imprenditori che fanno l'80% del Pil italiano, invece succede che la Fiat di Montezemolo porta a casa la mobilità e a noi si impongono sacrifici. Siamo disposti a sopportarli a patto che l'esecutivo garantisca stabilità, programmazione economica seria e il recupero della competitività».
È il tasto su cui batte anche Giuseppe Bortolussi, assessore nella giunta veneziana di Massimo Cacciari e leader degli artigiani di Mestre. «Per i piccoli imprenditori la crisi non è del tutto alle spalle: la sentono più tardi, tuttavia hanno bisogno di più tempo per togliersela di dosso. Ma nel momento in cui l'export riprende e si rialza la testa, ecco la mannaia: aliquote più alte, rincaro delle tariffe, controlli più aspri, addizionali. Questo governo non ha capito l'imprenditoria diffusa che crea ricchezza, la distribuisce, consuma, dà lavoro. I ceti medi produttivi, che sono la spina dorsale del Paese, hanno davanti una sinistra massimalista che divide i buoni (chi timbra il cartellino) dai cattivi che non battono gli scontrini. Il certificato di morte dell'esecutivo è prematuro, ma è inutile negare che queste categorie non vedono l'ora che il governo cambi. Non perché è di sinistra, ma perché non li capisce e penalizza chi crea ricchezza».