Gli imprenditori e quel piagnisteo un po’ esagerato

Egidio Sterpa

È quasi una guerra civile questa campagna elettorale, intossicata com’è da pregiudizi, odi, persino canagliate, anche se spesso ammantate di ipocrisia e doppiezza. Ha scritto Giuseppe De Rita sul Corriere che «la contrapposizione fra gli schieramenti è totalmente basata sull’emozione» ed è nutrita di «lividi rancori». Diagnosi esatta. Esempio di questo clima è anche l’atteggiamento di alcuni imprenditori - paradigmatico è il caso Della Valle - al convegno di Confindustria a Vicenza. Difficile classificare un personaggio che non ha saputo trattenersi dallo schernire il presidente del Consiglio, venendo meno come minimo al dovere di ospitalità. Stupisce anche che nessuno tra i tycoon di prima fila glielo abbia fatto notare. Berlusconi ha reagito? Ma anche Giobbe l’avrebbe fatto.
Se non ci fossero stati gli applausi si sarebbe tentati di ipotizzare che a Vicenza Confindustria si è rivelata quasi il decimo partito del centrosinistra, dopo il nono, cioè quello della Cgil, come scrisse Il Sole 24 Ore nel suo editoriale del 4 marzo scorso. Alberto Statera su Repubblica ha tentato un paragone tra Luca di Montezemolo e Angelo Costa, l’armatore genovese che nel ’47 si rivolse a De Gasperi per chiedere libertà d’iniziativa agli imprenditori. De Gasperi definì il mondo dell’impresa «quarto partito» da cui non si poteva prescindere. Ma quanta differenza, oggi, da allora.
Si può capire che un presidente degli industriali auspichi «una nuova fase costituente», perché non c’è dubbio che la politica italiana ha bisogno di ripensare istituzioni e regole. Ma che vuol dire «cambiare la macchina del paese», come ha detto Montezemolo? L’ingegneria istituzionale spetta di sicuro alla classe politica. Ma la crisi dell’economia, le difficoltà nella concorrenza sui mercati internazionali, la fragilità del nostro sistema finanziario, come addebitarli tutti alla politica e al governo? Non ha alcuna responsabilità il nostro capitalismo? Mi capitò un anno fa di pubblicare sul Sole 24 Ore uno scritto in cui sottolineavo la debolezza del nostro intero sistema economico. Il giornale titolò significativamente: Provocazioni di un liberista. Nuovo miracolo economico cercasi. Già, chi furono i protagonisti del miracolo economico negli anni Sessanta? Allora c’era una classe imprenditoriale vigorosa, intraprendente, coraggiosa, tutt’altro che dedita al lamento, fiduciosa in se stessa. Era l’Italia dei Costa, dei Pirelli, dei Valletta, dei Borghi, del Mattei pur statalista, e di tanti altri piccoli e medi imprenditori che tutto dovevano al proprio ingegno. È una bestemmia considerare che uomini di quel lignaggio non ce ne sono più molti?
Mi rispose quella volta, sempre sul Sole 24 Ore, Dario Antiseri, lo studioso che ebbe il coraggio e l’intelligenza di farci conoscere Karl R. Popper, il grande filosofo liberale pregiudizialmente rifiutato da intellettuali ed editori organici alla sinistra. La causa più decisiva della fragilità del nostro sistema economico, egli scrisse, «risiede nel fatto che l’Italia è e rimane un paese sostanzialmente illiberale».
Come si fa ad addebitare tutto ciò a Berlusconi (che, riconosciamolo, avrà pure difetti ma la dignità di «tycoon» se l’è conquistata, non certo per discendenza)? Ci saranno magari manchevolezze nella sua politica (cinque anni non sono una lunga stagione), ma il disfattismo della sinistra e il piagnisteo di taluni imprenditori sono francamente sproporzionati.