«Imprese italiane al vertice nella catena di sfruttamento»

Superficialità nei controlli, ma nessuno tra gli stranieri denunciava gli abusi

«Domani mattina, al solito posto?». «Sì, per le sei in piazzale Loreto». L’appuntamento è all’alba. Come sempre, come tutti i giorni in cui c’è da lavorare. Al telefono, intercettato, il «caporale» detta le sue condizioni. Il reclutamento si fa in strada. Chi c’è, sale. Tappa in via Padova e in Maciachini, a caricare altri manovali. Poi, il furgone parte. Direzione, i cantieri dell’hinterland e della Brianza. Da tre anni, una «tratta» di clandestini arruolati come lavoratori in nero. Un centinaio, pagati sei euro l’ora, senza contributi e nessuna garanzia. Un «mercato» su cui hanno indagato i carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della Procura, che ieri hanno arrestato cinque persone con le accuse di associazione per delinquere finalizzata al reclutamento e all’impiego di lavoratori clandestini, favoreggiamento della loro permanenza in Italia e falso.
L’inchiesta, coordinata dal pm Piero Basilone, ha portato in carcere quattro egiziani e un italiano: Domenico Cornacchia, originario di Gravina di Puglia e residente a Pioltello, che - scrive il gip Giuseppe Gennari nell’ordinanza di custodia cautelare - «decideva dove smistare i lavoratori, curava i pagamenti e le apparenti regolarizzazioni documentali», era «il motore indispensabile del meccanismo», e l’intermediario tra le imprese edili e la «Edilkhalifa», la ditta di Ramadan Abdelkhaled Khalifa «che svolgeva una funzione centrale nella commissione dei reati, assumendo le forze lavoro reperite sul mercato nero per poi girarle ai singoli cantieri».
Diritti, nessuno. Perché gli ordini del caporale erano legge, era lui a decidere lo smistamento nei cantieri dell’hinterland milanese, di Varese, Como e Lodi, a fornire i documenti falsi per «regolarizzare» i clandestini (90 euro per un permesso di soggiorno falso), a stabilire il pagamento e a trattenerne la metà. E se quel che restava nelle tasche dei manovali non era abbastanza, poco importava. Così lo spiega, in una telefonata intercettata. È il 17 maggio scorso. «Ti giuro che non ho una lira - reclamava il lavoratore - cerca almeno di darmi un po’ di soldi per fare la spesa». «Non farmi arrabbiare - la minaccia data come risposta -, cosa vuoi che me ne freghi. Se non hai soldi, non sono problemi miei».
Nelle mani degli sfruttatori, però, pur di avere un lavoro. «Non sappiamo - commenta il colonnello Vito Biaco, comandante della sezione di pg dei carabinieri - se questi arresti abbiano costituito un danno per i lavoratori che, comunque, potevano contare su un impiego in Italia, oppure un favore. Quel che è certo è che questi lavoratori erano l’anello debole di questa storia».