Imprese, una su tre è in perdita E dal Sud arriva solo il 9% del reddito

I primi a mettere tutti sull’avviso, ricordando che questa sarebbe stata una jobless recovery, cioè una ripresa senza creazione di posti di lavoro, erano stati gli Usa. Con circa 15 milioni di persone a spasso, per lo più caduti sul campo della Grande recessione, l’America è ancora alle prese con il nodo irrisolto della disoccupazione (9,3%), nonostante la sfrenata politica di deficit spending attuata prima da Bush e poi da Obama. L’Europa non è messa meglio: nel dicembre scorso, il tasso dei senza lavoro è rimasto invariato al 10%, mentre nell’Unione a 27 è fermo al 9,6%. Appaiono dunque alquanto strumentali le polemiche sull’inerzia del governo innescate ieri, dopo che l’Istat ha comunicato che in Italia i disoccupati nel dicembre scorso erano pari all’8,6%, così come in novembre. «Si è fermata la caduta dell’occupazione - ha sottolineato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi - tanto che rispetto al mese si registrano 11mila disoccupati in meno. Il tasso di disoccupazione italiano è quasi un punto e mezzo al di sotto della media europea».
Inutile comunque fare confronti con chi sta peggio, come per esempio la Spagna (20,2%), oppure con Paesi non comparabili dal punto di vista economico come Lituania e Lettonia (18,3%). Simili paragoni risultano falsamente consolatori. Meglio, semmai, ricordare il 9,7% di francesi ancora senza lavoro a dispetto delle politiche di sostegno varate da Sarkozy per fronteggiare la crisi (dagli aiuti all’industria automobilistica, alle banche salvate dalla mano pubblica; dagli sgravi fiscali per i redditi più bassi, all’abolizione dell’Irap d’Oltralpe). Il caso-Francia dovrebbe insomma essere utilizzato come una sorta di Post-it da quanti dimenticano (o fingono di scordarsene) che nessuna misura risolve, con un tocco di bacchetta magica, il problema della disoccupazione.
Quanto all’Italia, è evidente che quell’8,6% di disoccupati finisce per fondere i gravi problemi del Sud, dove il lavoro è scarso e se c’è è endemicamente in nero, con la situazione ben più virtuosa del Nord. La stessa profonda divaricazione si può cogliere anche a livello giovanile: il 29% di disoccupati tra gli italiani che hanno dai 15 ai 24 anni, record dal 2004, deriva soprattutto dalla mancanza di opportunità in molte regioni del Meridione. Benchè l’ultimo dato sia incontestabilmente allarmante, la disoccupazione giovanile è un male che la penisola si trascina da troppo tempo, frutto anche di politiche sociali ed economiche quasi mai favorevoli nei confronti delle giovani generazioni.
Più a livello generale, giova ricordare che l’ultimo governo Prodi iniziò a operare nel maggio del 2006 con una disoccupazione al 7%; all’uscita da Palazzo Chigi, maggio 2008, il tasso era al 6,7%. Quindi, due anni di sostanziale immobilità sul fronte del lavoro, solo in parte causati dalla crisi dei mutui sub prime, i cui effetti sarebbero diventati ben più devastanti a partire dal 2009, l’annus horribilis della recessione. Grazie agli ammortizzatori sociali, l’Italia ha tamponato una situazione che altrimenti sarebbe stata ben più drammatica sotto il profilo occupazionale. La cassa integrazione deve però essere una misura tampone, non una cambiale in bianco che pesa sulle casse pubbliche. Ecco perché il Paese ha bisogno di quelle riforme strutturali, anche se impopolari, che Silvio Berlusconi ha detto di voler varare attraverso le liberalizzazioni, una minor pressione fiscale e tagliando i lacci burocratici. Se un Paese come il nostro torna a crescere del 3-4%, gli effetti sul mercato del lavoro si faranno presto sentire. A patto di non pretendere di far sparire la disoccupazione d’incanto. Per il lavoro, il bidibi bodibi bu non è ancora stato inventato.