Impronte ai bimbi rom, gaffe dell’Ue

da Roma

Le impronte digitali ai nomadi diventano un caso europeo. O quasi. Comunque un caso da manuale. Ieri le agenzie hanno battuto la notizia della bocciatura da parte di uno dei portavoce della Commissione europea delle misure annunciate dal ministro Roberto Maroni: dati dattiloscopici, anche per i minori. Uno dei portavoce di Bruxelles, Pietro Petrucci, aveva in realtà spiegato che l’esecutivo europeo non commenta quelle che sono «dichiarazioni e controdichiarazioni di attori della scena politica italiana». Ma alla domanda se in base alle regole Ue sia possibile prendere le impronte ai nomadi aveva risposto: «no». La notizia della bocciatura Ue ha in breve tempo monopolizzato televisioni e palazzi. Fino a fare infuriare il ministro dell’Interno. Quella delle impronte «è una procedura che viene fatta normalmente in tutti i tribunali per i minorenni. Chi ha detto che non si può fare è poco informato. Inviterei i responsabili della Commissione a informarsi prima di esprimere opinioni che sono francamente infondate». Il fatto è che, come ha scritto giovedì il Giornale e riportato ieri una nota del Viminale, l’Ue non ha nulla contro le impronte. E le prevede, nel caso di immigrati extracomunitari, anche per i bambini. La decisione dei ministero, informava la nota, è «stata presa anche sulla base del regolamento del Consiglio dell’Unione Europea, n. 380 del 18 aprile 2008, che prevede l’obbligo di rilevare le impronte digitali ai cittadini dei Paesi terzi (per i permessi di soggiorno) a partire dall’età di sei anni».
Insomma, nel migliore dei casi la questione è un po’ più complessa di come poteva apparire. Tanto che Bruxelles ha poi rettificato nel corso della giornata: «La Commissione europea non ha espresso alcun giudizio», ha chiarito in serata il portavoce del commissario Ue alla Giustizia Jacques Barrot. Tra i giornali esteri, è stato l’inglese Indipendent a criticare di più: «Comportamento incivile», ha definito la proposta.
In Italia la polemica era divampata prima ancora del passo indietro. Secondo Walter Veltroni è «inaccettabile» che bambini «di 6-7 anni» siano «costretti in ragione della loro identità a mettere le impronte digitali». Maroni viene accusato dall’opposizione di «voler reintrodurre il concetto di etnia». Usa toni meno violenti la Chiesa, ma c’è la forte presa di posizione del segretario del Pontificio consiglio della Pastorale dei migranti: monsignor Agostino Marchetto non mette in dubbio la bontà del fine, ma avverte che «anche i mezzi per raggiungerlo devono essere tali, per la morale cattolica». I «tecnici», gli esperti del campo, la pensano diversamente. Secondo il presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida, l’ipotesi «è praticabile», non è incostituzionale, anche se «non è pensabile che si utilizzi con leggerezza». Per il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, il censimento «non è una novità» e cita una legge addirittura del ’41. Il prefetto di Roma, Carlo Mosca, invece si oppone: «Non si vede il motivo di prendere le impronte ai bambini». Una voce fuori dal coro delle associazioni è quella del Moige, Movimento italiano genitori: sì a un database, ma di tutti i minori, indistintamente, utile «in caso di emergenza».