Per le impronte ai rom ipocrisia a livelli record

Caro Granzotto, dietro le ultime discussioni sul rilievo delle impronte digitali dei bambini rom, iniziativa utile anche per tutelarli nei confronti di tanti nomadi adulti, mi torna in mente la proposta dell’allora candidato a sindaco di Roma, tale Francesco Rutelli, di istituire una sorta di braccialetto elettronico per proteggere le donne da aggressioni e stupri, rendendole localizzabili in qualsiasi momento. Adesso gli stessi che sostenevano la bontà di quella pensata del Francesco, si scandalizzano per la recente proposta del nostro governo. Sono confuso. Se possibile mi illumini.


Questa storia delle impronte digitali alle zingarelle e agli zingarelli sta proprio stufando, caro Testa. Non s’era mai visto, negli argomenti dei Tartufi che vi si oppongono, un tale carico di ipocrisia, di strumentalizzazione e di speculazione sulla pelle dei nomadi marmocchi e mi chiedo cosa ci stia a fare Telefono azzurro. Quel Tartufone di Furio Colombo s’è anche andato a inventare una congruenza, se non proprio una corrispondenza, fra le Leggi razziali emesse nel Ventennio e la legge che dovrebbe imporre il casellario biometrico per bambini che per le solite menate «culturali» proprie alla loro etnia, manco si sa di chi son figli.
In un articolo scritto per L’Unità e dal cialtronesco titolo «Corsi e ricorsi - L’eterna destra - Ieri gli ebrei oggi i bambini Rom», Colombo scrive: «Non dobbiamo più domandarci: ma che gente era quella che ha approvato e sostenuto il “pacchetto sicurezza” del 1938? Basta osservare, con immensa tristezza, i deputati di Berlusconi che applaudono se stessi per avere approvato il loro “pacchetto sicurezza”. Quello che proclama la pericolosa estraneità della razza rom e schiera i soldati a difesa della razza italiana». Ma si può essere più in malafede, più intellettualmente disonesti di così?
È chiaro come il sole che degli zingari, fossero adulti o bambini, a Colombo non glie ne frega niente. Se così non fosse, visto che si parla di corsi e ricorsi prenderebbe esempio proprio da ciò che accadde nel ’38: allora la solidarietà, l’impegno civile non fu manifestato a parole e paroloni o con tronfi appelli a sostegno degli ebrei. Tutte cose che non costano niente e fanno fare una gran bella figura nei salotti e nelle terrazze romane. Si manifestò nei fatti. Nascondendo intere famiglie, aiutandole a sopravvivere nella clandestinità, favorendo con mille espedienti il loro espatrio.
Pertanto, se, come sostiene con virulenza Furio Colombo, oggi la situazione degli zingari è pari a quella della comunità ebraica verso la fine degli anni Trenta, ne tragga le conseguenze e si dia una mossa. Facendosi scudo umano dei polpastrelli dei marmocchi zingari, li ospiti a frotte a casa sua. Li porti in barca con sé. Li faccia sfollare a Capalbio. In alternativa, perché magari sporcano la moquette, si installi lui stesso in un campo nomadi e ci rimanga qualche mese facendo sapere a sbirri e a soldati in armi a difesa della razza italiana, che prima di prendere una sola impronta - «aberrante discriminazione»! - dovranno passare sul suo cadavere. Dimostri, insomma, di essere un uomo e non un quaquaraquà parolaio. Sempre che gli riesca.