Impronte ai rom, la Ue gela la sinistra allarmista

Sicurezza, la Commissione europea approva le misure di Maroni: "Nessuna discriminazione, norme in linea col diritto comunitario". L’ok dell’Europa arriva dopo mesi di polemiche furiose, campagne stampa
dell’<em>Unità</em>, attacchi al governo e accuse di razzismo. Ora il Pd tenta
di minimizzare

Sette bei pollicioni neri stampati in prima pagina sotto il titolo «Maroni, prendi anche le nostre» (sottinteso, impronte). E chi se la dimentica quella prima pagina dell’Unità del 27 giugno: sembrava il remake di «Prendi questa mano zingara» con Bobo Maroni al sax a fianco di Bobby Solo. Indimenticabile anche la prima pagina del giorno dopo, con la foto segnaletica di una bimba rom internata ad Auschwitz. Piove governo nazista, imprecavano quei sinceri democratici dell’Unità.
Che cos’era successo? L’esecutivo aveva varato un pacchetto di norme per affrontare l’emergenza nei campi rom, tra cui un censimento e il rilievo delle impronte digitali. «Non è una schedatura etnica - puntualizzò il ministro Roberto Maroni - ma una ulteriore garanzia per la tutela dei loro diritti». Solo un quadro preciso della situazione consente di stabilire chi può restare in Italia e chi dev’essere cacciato: ragionamento di buon senso, tanto più che un recente obbligo comunitario sui permessi di soggiorno impone di installare nei nuovi permessi di soggiorno un microchip con impronta digitale e immagine del viso. L’obbligo riguarda anche i bimbi dai sei anni in su».
Ora la Commissione europea ha fatto sapere che queste misure «non sono discriminatorie», anzi «in linea con il diritto comunitario» perché non si raccolgono dati «relativi all’origine etnica o religiosa delle persone censite», «la presa di impronte digitali ha il solo fine di identificare le persone» ed «è limitata ai casi in cui non siano possibili altre modalità di identificazione».
Insomma, dov’era il problema? La risposta è un enigma avvolto nel mistero, come avrebbe detto la buonanima di Churchill a proposito del Cremlino. Eppure quando Maroni annunciò le nuove norme scoppiò il pandemonio. Sembrava di essere ritornati ai tempi delle leggi razziali, della caccia all’ebreo, della soluzione finale, dei pogrom. Razzisti, fascisti, nazisti, Maroni con i baffi di Hitler e gli occhialini di Himmler, le baracche dei nomadi come quelle di Auschwitz.
Fu allestita una bella sceneggiata, con i notabili della sinistra in fila sotto i gazebo, al caldo, a farsi inchiostrare le mani: le suffragette Rosy Bindi e Livia Turco, gli intellettuali Furio Colombo e Moni Ovadia, i nobili decaduti Fabio Mussi e Franco Giordano.
Si scatenò un crescendo grottesco, una combattutissima gara a chi tirava più fango al governo. L’ex garante della riservatezza Stefano Rodotà tuonò contro la «schedatura etnica»: «Chi raccoglie le impronte sembra quasi che si impadronisca del corpo altrui». Il garante in carica e l’Unicef parlarono all’unisono di «problemi di discriminazione». Anna Finocchiaro si domandò: «Se fossero ebrei che succederebbe?». Dijana Pavlovic, attrice rom e candidata della Sinistra arcobaleno, rievocò l’«Ufficio di polizia per zingari» di Monaco controllato dalla polizia criminale del Reich.
Walter Veltroni si spremette le meningi e dichiarò: «Una cosa assolutamente inaccettabile». L’immancabile Furio Colombo ripetè il ritornello buono per ogni mossa del governo Berlusconi: «Decisione fascista». Ci si mise pure Bruxelles a fare confusione, con un portavoce che contraddiceva l’altro mentre il Consiglio d’Europa si faceva smentire dalla Commissione.
Repubblica scomodò nientemeno che l’immortale Franz Kafka e il suo Nella colonia penale, dove «al condannato viene inciso sul corpo il comandamento violato». Dall’altra parte dell’oceano piovvero come missili Patriot le intemerate del New York Times: «Italiani vittime dei politici populisti», sentenziò il quotidiano. Non si sottrasse Famiglia cristiana («Indecente schedare i bambini rom, cominciamo a prendere le impronte dei parlamentari»), spalleggiata dalla Comunità di Sant’Egidio, dal direttore della Caritas, dalla fondazione Migrantes, perfino dai valdesi. E poi dicono che non c’è pace tra le Chiese.
Anche se nel frattempo il giornale del Pd ha cambiato direttore e l’Unione europea ha steso i tappeti rossi ai provvedimenti del Viminale, sarebbe troppo sperare che l’Unità si rimangi quelle accuse infami. Anzi, hanno già trovato il sistema per rovesciare la frittata. Ieri dal Partito democratico ripetevano che il testo approvato teneva conto dei loro suggerimenti. Balle: la Commissione si è pronunciata sulle ordinanze con cui il governo ha nominato commissari per l’emergenza i prefetti di Roma, Napoli e Milano. Ordinanze che portano la data del 30 maggio.
Sarebbe strano se la sinistra non tentasse di minimizzare il via libera di Bruxelles, che spazza mesi di piazzate. Il centrodestra in coro gli chiede di scusarsi. Fiato sprecato.