Impronte rom, Maroni va avanti: "Ipocrisia"

Il titolare del Viminale convoca i prefetti a cui chiede più controlli nei campi. "Verso i bambini rom c'è grande ipocrisia, ma sulle impronte non retrocederò"

Roma - Il ministero dell’Interno andrà avanti. Con il censimento nei campi nomadi e anche sulle impronte. Decisione politica, ribadita ieri dal titolare Roberto Maroni, ma sancita anche a livello istituzionale con un inusuale vertice domenicale convocato dallo stesso ministro. Una riunione tecnica, che si è svolta ieri ultima domenica di giugno, con il capo gabinetto del ministro dell’Interno, Giuseppe Procaccini e i prefetti di Napoli, Alessandro Pansa, di Roma, Carlo Mosca, e Milano, Gian Valerio Lombardi. Mosca nei giorni scorsi aveva detto che non avrebbe preso le impronte digitali ai minori nei campi nomadi. Ieri sera, al termine di una riunione, una nota del Viminale ha fatto sapere che l’attività di censimento nei campi nomadi «sta procedendo regolarmente, secondo le indicazioni contenute nelle ordinanze». E che l’obiettivo rimane quello «di riconoscere l’identità personale, anche a coloro che non sono in grado di dimostrarla, attraverso il ricorso alle tipologie di rilievo segnaletico necessarie, ivi comprese le impronte digitali». Tutto confermato, comprese le impronte quindi. Concetto espresso ieri dal ministro Maroni in modo netto: le polemiche sulle impronte sono «totalmente infondate, frutto di ignoranza, nel senso di scarsa informazione, o di pregiudizio politico: in entrambi i casi sono polemiche che non mi toccano e non mi faranno retrocedere neanche di un millimetro».

Notizia che è stata preceduta di poco da una vittoria giudiziaria per il sindaco di Verona Flavio Tosi, dalla risonanza nazionale. In sintesi, la Cassazione ha stabilito che è possibile discriminare i nomadi se rubano. Un giudizio - è bene sottolinearlo - totalmente svincolato dall’attualità politica e dalla polemica sulle impronte: le motivazioni rese note ieri si riferiscono ad una sentenza dello scorso dicembre, che ha annullato con rinvio la condanna per «propaganda di idee discriminatorie» all’attuale primo cittadino di Verona. Il fatto contestato consisteva in una petizione e dei manifesti del 2001 contro i campi nomadi abusivi. Tosi aveva sostenuto che «gli zingari dovevano essere mandati via perché dove arrivavano c’erano furti». Il Pm veronese Guido Papalia lo aveva rinviato a giudizio. Ma «la discriminazione - ha avvertito la Suprema Corte - si deve fondare sulla qualità del soggetto (nero, zingaro, ebreo, ecc.) e non sui comportamenti. La discriminazione per l’altrui diversità è cosa diversa dalla discriminazione per l’altrui criminosità. In definitiva - conclude Piazza Cavour condividendo la linea difensiva di Tosi - un soggetto può anche essere legittimamente discriminato per il suo comportamento ma non per la sua qualità di essere diverso».

Novità che non hanno placato la polemica politica. Il centrodestra continua a sostenere Maroni: il ministro alla Semplificazione Roberto Calderoli ha proposto di far rilevare le impronte a tutti gli italiani. Il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri, ha definito l’iniziativa del ministro dell’Interno «sacrosanta. Meraviglia che qualche prefetto non conosca le leggi vigenti in Italia e in Europa, che impongono procedure di identificazione certa soprattutto dei minori privi di documenti e vittime di chi li manda a rubare». All’attacco il centrosinistra che ha evocato di nuovo le leggi razziali.