GLI IMPUNITI DEL BR-PRIDE

Non erano una multitudine, per fortuna, gli estremisti che ieri hanno sfilato a Padova issando striscioni e manifesti in cui si sosteneva che «terrorista è lo Stato» e si pretendeva la libertà per tutti i prigionieri politici. Tali essendo, nel linguaggio del centro sociale Gramigna («l’erba cattiva non muore mai») i violenti, gli aggressori, i teppisti che insanguinano le strade e le piazze italiane. Magari anche gli assassini, come dimostra l’analoga dimostrazione che il 3 giugno si svolse all’Aquila in favore dell’ergastolana Nadia Desdemona Lioce. Suppergiù duecento scalmanati all’Aquila - dove oltretutto il corteo era stato autorizzato - 150 o giù di lì quelli di Padova (privi dei permessi burocratici, ma pare non glie ne sia importato molto). E che sarà mai, potrebbe commentare qualcuno. Questi untorelli i demolitori della democrazia italiana?
Penso anch’io che non lo saranno, grazie a Dio. Ma penso egualmente che una democrazia consapevole dei suoi diritti, dei suoi doveri, e dei rischi che la libertà comporta, non possa tollerare lo sfoggio arrogante dell’orgoglio brigatista. Negli anni di piombo i movimenti eversivi furono circondati da declamatorie comprensioni intellettuali e perfino da incoraggiamenti che adesso non esistono più. Ma nemmeno nei momenti più cupi di quella tragica stagione s’era vista una così perentoria apologia del brigatismo rosso. Nella loro involuta prolissità e nella loro pretesa di contenere un messaggio ideologico, i comunicati con la stella a cinque punte dissimulavano un tempo ciò che «gramigna» invece ostenta: ossia l’istigazione al reato.
Vorrebbero cambiare radicalmente, questi invasati, non solo la società padovana ma l’Italia e addirittura il mondo. Possono contare su aiuti, pensate un po’, svizzeri e sulle indulgenze delle autorità di casa. Che hanno avviato qualche procedura giudiziaria, ma timidamente e quasi pentendosene. Prevedo che, di fronte alle proteste e agli allarmi dell’opposizione, il ministro Amato replicherà ancora una volta garantendo che la situazione è sotto controllo ed esortando a non sopravvalutare questi segnali di ribellione: che possono essere - e a suo tempo furono, è opportuno ricordarlo - le premesse della P 38.
Non voglio aver l’aria di uno che grida al lupo per la sfilata non di quattro lupi, ma di quattro gatti. E tuttavia su l’Unità di ieri ho visto l’enfatizzazione, con un titolo a tutta pagina, della dichiarazione del segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, secondo il quale soffia sulla penisola «una pericolosa aria di diciannovismo e le istituzioni sono in pericolo». E sapete quali sono le generalità degli attentatori ai valori supremi della Magna Charta repubblicana? Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria, che si infila subdolo nel vuoto lasciato dalla politica; e il ministro Tommaso Padoa-Schioppa: sicuro, proprio lui, perché «se passa la linea di Padoa-Schioppa l’accordo sulle pensioni non si fa» e addio istituzioni. Non ho smodata considerazione per Tps. Ma se invitato a scegliere tra lui e uno degli arbusti della «gramigna» padovana non ho dubbi. Scelgo Tps.