«Inaccettabile qualsiasi modifica L’esecutivo si gioca la credibilità»

«Ogni tentativo di interventi unilaterali per noi va respinto al mittente»

da Roma

«Non se ne parla proprio». Nessuna modifica al Protocollo sul Welfare. L’ultimatum della sinistra radicale non ha fatto cambiare idea a Confindustria. L’impianto della legge Biagi deve essere confermato, così come le altre misure, a partire dalla decontribuzione degli straordinari. Il direttore generale Maurizio Beretta è anche convinto che in Parlamento le ragioni della sinistra radicale non passeranno. E respinge l’idea - accennata dal ministro Cesare Damiano - che il governo possa cambiare di nuovo la normativa sul lavoro dopo la Finanziaria. Si può fare, ma solo con il consenso delle parti sociali. «C’è un protocollo siglato dal governo e sottoscritto da sindacati e Confindustria - spiega a proposito dell’intesa - che non si può considerare un menu alla carta, dal quale ognuno prende qualcosa».
Non sarebbe stato meglio per Confindustria prendere solo alcune parti del Protocollo?
«A nessuno, nemmeno alla Confindustria, piace nella sua totalità; noi non abbiamo mai condiviso, ad esempio, la modifica dello scalone. Ma poiché il governo, comprensibilmente, ha detto che doveva essere accettato o respinto in blocco, abbiamo valutato che le parti positive per le imprese fossero più di quelle problematiche e lo abbiamo firmato. Anche per questo ogni modifica è inaccettabile».
E come valutereste eventuali modifiche?
«Quando Confindustria firmò, Montezemolo disse chiaramente che una delle condizioni era che il testo restasse invariato. È un punto fermo dal quale dipende la credibilità delle parti che lo hanno sottoscritto. Peraltro va detto che il governo non ci ha comunicato l’intenzione di introdurre modifiche».
Il ministro del Lavoro Cesare Damiano ha parlato di «profonde correzioni» alla legge Biagi e ha spiegato che gli interventi su questa materia non si esauriranno con il Protocollo...
«Non è pensabile fare a meno delle parti sociali nel confronto. E non siamo i soli a pensarlo. Tutti i tentativi di fare interventi unilaterali sono da respingere al mittente, come abbiamo fatto quando si minacciava la cancellazione della Biagi o la vanificazione dei contratti a termine. Poi è bene ricordare che queste materie sono innanzitutto prerogativa delle parti sociali».
Quando si dice che il Parlamento è sovrano, non significa lasciare uno spiraglio alle ragioni della sinistra radicale?
«Il governo deve presentare al Parlamento il testo che è stato firmato. Poi Confindustria è convinta che esista una larga maggioranza favorevole alle ragioni della crescita, a beneficio di tutti. Le tesi della sinistra estrema e di Rifondazione non sono certo maggioritarie».
Questo però implica che l’opposizione, o parte del centrodestra, voti per il Protocollo. Le sembra possibile?
«All’attuale opposizione va riconosciuto il merito di avere varato, mentre era al governo, alcune delle norme che devono essere salvaguardate, come la legge Biagi. E io credo che nel confronto parlamentare farà sentire sicuramente la sua voce. I dati ci dicono che le norme in vigore, la Biagi e il Pacchetto Treu, hanno dato dei buoni risultati. E ora bisogna allargare le flessibilità».
Il protocollo sul welfare del governo dà queste garanzie?
«Difende gli impianti sia della Biagi sia dei contratti a termine e poi amplia alcuni strumenti di flessibilità, ad esempio cancellando l’assurda penalizzazione degli straordinari che Confindustria chiedeva da dieci anni. Poi c’è l’incentivazione della contrattazione di secondo livello e un importante pacchetto di ammortizzatori sociali. Queste sono le ragioni per cui abbiamo firmato».
Nel Paese sembra essere passata l’idea che le due riforme del lavoro abbiano introdotto precarietà. Come mai?
«Sta prevalendo un approccio tutto ideologico. Ma oggi non si può non vedere come la flessibilità contrattata abbia dato risultati storici. Sono strumenti che servono a far entrare nel mondo del lavoro molte persone. Oggi il 50 per cento delle assunzioni è a tempo indeterminato. E dell’altro 50 per cento, la metà diventa a tempo indeterminato nell’arco di due anni. Sono strumenti di buon senso e ogni modifica ci porterebbe in una sorta di Far West che non serve a nessuno».