Inappellabilità, il premier rilancia «Ci batteremo perché sia legge»

Dopo il no del Quirinale, la Cdl al lavoro per riesaminare la norma sulle assoluzioni

Anna Maria Greco

da Roma

«Sull’inappellabilità ci batteremo perché questo principio sia legge dello Stato». Silvio Berlusconi difende le norme rinviate alle Camere dal Quirinale. Con piglio battagliero il premier dice che la riforma va salvaguardata, perché afferma «un grande principio di civiltà e democrazia ed è così nella più grande democrazia del mondo, quella americana». Da Firenze il Cavaliere spiega: «Se un cittadino italiano finisce nel girone infernale di un processo e viene assolto, io dico che quel cittadino non deve più essere chiamato, per un puntiglio di un pubblico ministero, a ritornarvi».
D’altronde, secondo Pier Ferdinando Casini, la motivazione del rinvio di Ciampi non attacca la sostanza della legge Pecorella e basta fare dei ritocchi. «Nei rilievi del Quirinale - constata il presidente della Camera - non c’è il principio dell’inappellabilità delle sentenze, quanto il ruolo della Corte di Cassazione». Casini annuncia che domani convocherà la conferenza dei capigruppo e «toccherà al Parlamento decidere il da farsi».
Il giorno dopo l’altolà del Quirinale e la promessa di Silvio Berlusconi di modificare la legge, la Cdl si riorganizza, ma non molla. E il leader Udc avverte: «Certi applausi fanatici mi inducono a pensare che ormai si punti a strumentalizzare tutto per motivi elettorali».
Il «padre» delle norme sull’inappellabilità, Gaetano Pecorella, però, l’ha presa male. E non intende cedere più di tanto agli inviti del Colle. Per il presidente azzurro della Commissione giustizia della Camera, che domani riesaminerà il testo, sono possibili ritocchi in due punti, «ma al di là di questi non si può andare, pena la fine della legge sull’inappellabilità». Sono: la possibilità per il Pm di impugnare una sentenza di proscioglimento solo se porta nuove prove nei motivi dell’appello e l’obbligo, per chi presenta ricorso in Cassazione, di esplicitare gli elementi esterni su cui la Suprema Corte deve valutare la completezza delle motivazioni della sentenza. Come «belletto» alla legge, per Pecorella questo è il massimo che si possa fare. Ecco perché s’inalbera quando dalla Lega vengono segnali un po’ diversi. Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, dice che Ciampi ha agito «in piena legittimità», ora sarà il Parlamento a decidere sempre «in piena legittimità» e il premier deciderà le modifiche.
Ma per l’altro ministro del Carroccio, Roberto Calderoli, le indicazioni del Quirinale oltre ad essere legittime sono «recepibili» e il Parlamento ci può lavorare. Più sul ruolo della Cassazione, precisa, che sulla presunta disparità tra pubblica accusa e difesa.
Pecorella chiede a Calderoli di spiegarsi meglio. E ricorda che la Lega ha votato la legge e che ora deve, come gli altri della Cdl, «salvarla». L’azzurro teme la presentazione di emendamenti imprevisti che creino ostacoli. E qualche dubbio lo fa venire anche il sottosegretario Udc Michele Vietti, dicendo: «Meglio approfittare delle sollecitazioni di Ciampi oggi, piuttosto che lamentarsi di un’eventuale censura di incostituzionalità domani».
L’Unione tifa per le divisioni nella Cdl e intanto chiede correzioni sostanziose. Massimo Brutti, responsabile giustizia dei Ds, avverte che riproporre così come sono le norme «inaccettabili» rinviate alle Camere sarebbe «una dimostrazione di insensibilità e arroganza». Per il leader dei Verdi, Alfonso Pecoraro Scanio, la maggioranza dovrebbe rinunciare a questa legge «palesemente incostituzionale e criminogena».
Nella Cdl non se ne parla proprio. Sta già lavorando alle modifiche, sulla linea indicata da Pecorella, il responsabile giustizia di Fi Giuseppe Gargani, con pochi altri. «Stiamo provando - dice - a venire incontro al Capo dello Stato». E aggiunge che Ciampi non si è fermato alla palese incostituzionalità, ma è entrato nel merito della legge. Comunque, ci saranno solo «piccoli aggiustamenti lessicali» sul presunto cambiamento del ruolo della Cassazione da giudice di legittimità a giudice di merito. «Non è così», contesta il sottosegretario alla Giustizia, Luigi Vitali (Fi). «Con il recupero del fascicolo si valuta solo se c’è contraddittorietà nelle motivazioni di una sentenza», spiega Gargani. Per Ignazio La Russa di An è «doveroso» discutere il testo in commissione, per non mancare di rispetto a Ciampi o al Parlamento. E Maurizio Gasparri suggerisce di applicare alla legge lo stesso «metodo» usato con la sua sul sistema radiotelevisivo: dei «ritocchi», senza toccare il cuore della riforma.