Per inaugurare la «Copa América» Chavez dà un calcio alla democrazia

Il Venezuela ospita la più importante manifestazione calcistica del Sudamerica. E lui reprime gli studenti, chiude le tv e vola in Iran e Russia per comprare armi

da San Paolo

Perché il democratico e partecipativo presidente del Venezuela Hugo Chávez che si batte per il «socialismo del Ventunesimo secolo» (fischieranno le orecchie a Bertinotti?) non è rimasto a Caracas e, pochi giorni fa, ha annunciato sottovoce, almeno per gli standard cui ci ha abituato, un viaggio che - «per puro caso» ha detto lui - lo porterà in Russia, Bielorussia e Iran, a stringere le mani e fare affari con altrettanto democratici e partecipativi presidenti quali Putin, Lukashenko e Ahmadinejad? La domanda a Caracas se la fanno in molti, soprattutto perché proprio mentre stava decollando l'aereo dell'ex tenente colonnello golpista, nella città di San Cristobal si inaugurava la prima Copa América di calcio della storia ospitata dall'ormai «quasi sua» repubblica bolivariana. «Quasi sua» perché, essendo democratico e partecipativo, Chávez oramai i poteri istituzionali li controlla tutti, dal giudiziario all'esecutivo passando per il legislativo.
Ciò che, tuttavia, non controlla ancora sono gli studenti, i quali dopo la chiusura lo scorso 28 maggio di Radio Caracas Televisión (Rctv), il canale «golpista» e i cui giornalisti sono «senza patria e leccaculo dell'impero» - cito naturalmente il presidente democratico e partecipativo - sono scesi in piazza per protestare contro il provvedimento del governo. Probabilmente anche loro sono «golpisti» e, anzi, così sono stati immediatamente definiti dal regime bolivariano. Oppure fanno parte di quell'80% della popolazione venezuelana che si è detta contraria alla chiusura di Rctv o dell'oltre 50% dei venezuelani che sino a un mese fa guardava il canale «golpista», a differenza del 3% che oggi riesce a resistere stoicamente di fronte alle parate teletrasmesse da Tves, il canale sociale governativo che ha preso le frequenze di Radio Caracas Televisión. Di sicuro, quando sono scesi in piazza nelle scorse settimane, gli studenti «golpisti» sono stati arrestati e caricati a centinaia dalla Policía Metropolitana a colpi di manganelli sulla testa e di polvere da sparo sulle chiappe. Proprio com'è accaduto all'inviata speciale del canale peruviano America Televisión Anuska Buenaluque. Per rendersene conto è sufficiente andare su www.youtube.com e digitare le parole represion e Venezuela: c'è di che restare sbigottiti e la memoria va agli sgherri del regime di Augusto Pinochet Ugarte. Un dittatore di destra che scelse di eliminare ogni opposizione da subito, a differenza del dittatore di sinistra Fidel Castro che ci mise un po' di più e a cui, non ci sono più dubbi a meno di essere in malafede, Chávez si ispira per fare del Venezuela la prima dittatura socialista del Sudamerica.
Bene, oltre all'inaugurazione della Copa América che sarebbe stata un'occasione di visibilità eccezionale - e, come dimostrano le sei ore al giorno che in media lo vedono protagonista sugli schermi delle tv di regime Venezolana de Televisión, Vive e Tves, Chávez tiene molto ad apparire - oggi in Venezuela si commemora la «Giornata del Giornalista». Occasione scelta dagli studenti per tornare nelle vie centrali di Caracas a manifestare contro le crescenti minacce alle libertà fondamentali, prima su tutte quelle a un'informazione pluralista, che rischia di trasformarsi in una chimera se anche Globovisión, l'ultimo canale privato rimasto che si oppone al regime, verrà fatta chiudere, come Chávez e il ministro degli Esteri Nicolás Maduro hanno già minacciato. Mani dipinte di bianco alla stregua dei pacifisti di Lilliput e mazzi di fiori da infilare nei fucili delle forze dell'ordine, così sfileranno oggi gli studenti nelle vie della capitale, sul modello delle tante «rivoluzioni di velluto» che negli ultimi anni hanno fatto la storia nell'Est europeo.
Come evolverà la situazione lo vedremo nelle prossime settimane e molto dipenderà dalla capacità organizzativa del movimento studentesco che, a differenza di quanto accaduto in Europa orientale, qui si scontra con un apparato di regime, quello bolivariano, molto organizzato e che conta con l'appoggio pressoché incondizionato del settore pubblico, epurato dopo il referendum del Ferragosto 2004. In quell'occasione, infatti, i tre milioni di venezuelani che firmarono per mandare a casa Chávez a metà mandato furono schedati nella «Lista di Tascón», dal nome del deputato Luis Tascón che la pubblicò sul suo sito web. Migliaia di loro, dipendenti pubblici, furono licenziati e, oggi, questa lista di proscrizione, democratica e partecipativa, è acquistabile su Cd-rom nelle strade di Caracas.
Chávez ha scelto l'estero (e che estero dal momento che potrebbe acquistare sottomarini dalla Russia e altre armi da Iran e Bielorussia) non tanto perché tema la piazza - a scanso di equivoci, comunque, lo scorso week-end ha aumentato del 30% gli stipendi dei militari - ma perché, dicono i «golpisti», non vuole presenziare ad eventuali altri scontri tra la sua Policía Metropolitana, magari appoggiata da qualche bolivariano «in borghese», e il movimento studentesco. Intanto la Copa América è stata inaugurata ieri, non prima di essere stata pomposamente definita «un nuovo successo della rivoluzione bolivariana» dal vicepresidente Jorge Rodríguez. Lo stesso che qualche giorno fa aveva dato del «pagliaccio» al giudice Baltasar Garzón (notoriamente di destra...), colpevole di avere criticato la chiusura imposta a Rctv. Oggi a Caracas anche la lesa maestà verso la rivoluzione è un reato.