Inaugurazione rovinata per protestare contro l’aumento di 3.500 euro

Non si era mai visto prima: che un contratto integrativo aziendale, in grado di migliorare sensibilmente le condizioni di quello scaduto, venisse approvato da due dei sindacati più rappresentativi a livello nazionale, Fim Cisl e Uilm Uil, ma definito dalla consorella Fiom Cgil «un miraggio, frutto dell’intesa di una stretta minoranza, che viola le basi della democrazia e delle regole sindacali».
Non si era mai visto prima: che i dipendenti di un’azienda ricevessero un modulo dove poter esprimere liberamente il dissenso sull’accordo e l’eventuale rinuncia ai benefici contrattuali, ma solo due dipendenti - su 11mila! - lo restituissero al mittente con parere contrario. Non s’era mai visto prima, ma è appena accaduto: alla Fincantieri, dove, tanto per dire, il referendum fra i lavoratori - ha partecipato l’83 per cento degli aventi diritto - s’è concluso con il 68 per cento a favore dell’intesa e il 32 contro. E in tutte le sedi e gli stabilimenti del gruppo, escluso il cantiere di Monfalcone, il consenso è stato maggioritario. Mica per cedere a un diktat del «padronato» o rassegnarsi al ruolo di aziendalisti a oltranza: i dipendenti della società che costruisce navi da crociera all’avanguardia, e unità militari e megayacht che ne fanno un fiore all’occhiello dell’industria italiana nel mondo si sono fatti due conti. Basta dare un’occhiata ai termini del contratto. Che prevede aumenti salariali fino a 3.500 euro annui, comprensivi di tre voci fondamentali: 500 euro di premio di «efficientamento» legato all’aumento di un 20 per cento di produttività, 1.200 euro di «premio d’area», più 800 euro di aumento generalizzato che prima era variabile e da ora in poi diventa fisso. E ancora: l’estensione degli incentivi a migliorare la qualifica (con relativi benefici salariali) per diventare «capi». Tutto questo, in una congiuntura di mercato a dir poco sfavorevole per la contrazione delle commesse che richiederebbe - come ha più volte sottolineato l’amministratore delegato Giuseppe Bono - un forte coinvolgimento e una compatta solidarietà delle componenti aziendali.
All’appello hanno risposto, pur nella distinzione dei ruoli, Fim Cisl e Uilm Uil, portando avanti per un anno un confronto con l’azienda che ha avuto momenti di tensione, mai però caratterizzati da opposizione preconcetta. La Fiom Cgil, invece, si è schierata fin da subito sul fronte del «no», dando l’impressione che la trattativa con Fincantieri fosse la madre di tutte le battaglie non tanto sindacali, quanto ideologiche. Fino a boicottare, in settimana, la cerimonia di consegna della nave «Costa Luminosa» al cliente Costa Crociere: anche questo, non s’era mai visto prima, ma è successo. Un atteggiamento, quello del «sindacato più a sinistra del mondo», che aveva già fatto naufragare lo scorso anno l’ipotesi concreta di quotazione in Borsa di Fincantieri. Eppure l’accesso a Piazza Affari, in tempi certamente più favorevoli di quelli attuali nello scenario economico mondiale, avrebbe consentito all’azienda cantieristica di ottenere dal mercato denaro fresco per realizzare investimenti e reggere le sfide della concorrenza.
La strategia da muro contro muro, comunque, non sembra giovare granché alla Fiom e alla casa madre Cgil: i lavoratori di Fincantieri, con quel 68 per cento a favore dell’intesa, ma soprattutto con quell’altissima percentuale di partecipazione al referendum, parlano forte e chiaro: «Abbiamo capito chi sta dalla nostra parte». E anche dalla parte buona del Paese.