Incastra il fidanzato con un cenno del capo dopo 5 anni di coma

Fu trovata sul ciglio di una strada: si pensò alla rapina. Al risveglio la verità: «Lui tentò d’uccidermi»

Enrico Lagattolla

da Milano

Cinque anni dopo, Rosalba si sveglia dal coma. Chiede al figlio di avvicinarsi al letto della piccola casa di cura fuori città. Lo sforzo del linguaggio e della memoria, intorpiditi dal tempo. «È stato Gianni, voleva uccidermi».
Luce sulla notte di capodanno del 2000. Quando Rosalba, 45 anni, venne trovata a terra, sul ciglio di una strada alle porte di Milano. Priva di sensi. Così malridotta che inizialmente si pensò che una macchina l’avesse investita. Poi gli inquirenti parlarono di un’aggressione a scopo di rapina, ma nessuno vide nulla, e i colpevoli rimasero ignoti. Caso chiuso, indagine archiviata.
Fino al risveglio, e a quella ricostruzione. Così il pubblico ministero Fabio Roia ha riaperto il fascicolo, disposto nuove indagini e arrestato per tentato omicidio Gianni G., 46 anni, il convivente di Rosalba.
«L’intuizione - spiega il pm milanese - è stata quella di scandagliare tra le carte di diversi procedimenti succedutisi negli anni». E da quelle carte emerge che quanto avvenuto nella notte di cinque anni fa, fu solo l’ultimo di una serie di pestaggi subiti dalla donna ad opera del compagno. Il più grave. Percosse che le procurarono delle lesioni alle vertebre, rendendola tetraplegica, e causandole il coma. Secondo l’accusa, un’aggressione legata al fatto che la vittima, pochi giorni dopo, avrebbe dovuto testimoniare in un processo da lei intentato per violenze sessuali e maltrattamenti contro il convivente, poi condannato a 4 anni di reclusione. Ma in aula, Rosalba, non si presentò mai. All’epoca era già in ospedale, brutalmente aggredita lungo la Paullese.
Ora, la sua ricostruzione. Pantigliate, in uno dei tanti locali dell’hinterland milanese, la notte del 31 dicembre del 1999. Quasi mezzanotte. Rosalba è in compagnia del figlio, e di Gianni. Tutto bene, finché scoppia una lite, come molte altre volte era già successo. Sono le due e mezzo. Lei prende giacca e borsa, esce dal pub, ma l’uomo la segue, la raggiunge lungo la strada e la aggredisce alle spalle. La colpisce violentemente alla testa, abbandonandola sul ciglio della strada, dove verrà ritrovata il giorno seguente. Poi torna nel locale, dove resta a giocare a tombola con alcuni amici fino alle sei del mattino. Qualcuno lo vede uscire al seguito della compagna, ma nulla più. Nessuno sa altro.
L’indomani, Gianni denuncia la scomparsa della donna, ma qualcosa non torna. «È stato anche grazie alle incongruenze del suo racconto - spiega infatti Roia - che le indagini hanno avuto nuovo impulso». Il magistrato interroga il figlio, che fornisce altri dettagli sulla vicenda, e sulle violenze a cui era costretta la madre. Così nei giorni scorsi il gip Anna Cattaneo emette nei confronti del presunto aggressore un ordine di custodia cautelare in carcere.
L’uomo, intanto, respinge le accuse. Racconta di aver passato gran parte di quel capodanno nel pub, a occuparsi del figlio avuto da un precedente matrimonio, e di non essersi stupito che la compagna si fosse improvvisamente allontanata. «Non era nuova a questi comportamenti», è la sua versione. E ammette di essere uscito dal locale, ma solo per controllare se c’era ancora un oggetto nell’auto.
Rosalba, però, fornisce un’altra versione. Risponde alle domande dell’ispettore di polizia giudiziaria dal letto della clinica in cui si è risvegliata. «Fu lui a ridurla in fin di vita?», le chiedono. Un cenno col capo. «Sì». Per niente facile. Dopo cinque anni di coma, parla muovendo la testa e gli occhi. Ma tanto basta per riaprire il caso.