«Incentivi e sgravi fiscali: ecco cosa serve ai teatri»

«Sono fiduciosa che la legge possa essere varata dopo l’estate». Gabriella Carlucci, deputato del Pdl, è promotrice e prima firmataria di una proposta che, se approvata, potrà aiutare lo sviluppo del cosiddetto «spettacolo dal vivo», e cioè musica, teatro, danza, circo, spettacolo viaggiante. Il testo prevede forme d’incentivazione che possano favorire il coinvolgimento dei privati e un approccio manageriale nei confronti del mercato; il tutto utilizzando la leva fiscale, che per il primo anno viene quantificata in 10 milioni di euro di sgravi da accordare alle diverse istituzioni. Un testo analogo la Carlucci lo aveva già presentato nel 2002. Lo ha riproposto, con poche varianti, il primo giorno della nuova legislatura: «Stiamo cercando di far convergere in un unico provvedimento varie proposte analoghe, di maggioranza e opposizione, così la Commissione, dopo una fase di confronto con gli operatori, potrà votare in sede deliberante. Spero che in autunno possa essere varata la legge».
Non c’è conflitto tra Stato e Regioni su questa materia?
«No: lo Stato deve garantire una visione unitaria e dare indirizzi chiari alla cultura, che è uno strumento di consociazione civile e di affermazione dell'identità nazionale, oltre che un’opportunità e una risorsa per l'economia. I principi devono stare a monte, a valle, alle Regioni, la loro realizzazione».
Oggi lo Stato finanzia lo spettacolo attraverso il Fus, il fondo unico dello spettacolo. La critica che gli viene rivolta è quella di disperdere il denaro con finanziamenti a pioggia.
«Sì, è vero, ma non è la sola. Sapendo che i soldi tanto arrivano, enti, organismi, compagnie non sono indotti a migliorare qualità, organizzazione, rapporto con il pubblico e con il mercato, anche se ci sono delle eccezioni. Lo Stato deve favorire modelli di gestione virtuosa, finanziando le attività e finanziando le funzioni finché potrà riappropriarsi della sua mission che è quella di promuovere la ricerca, la sperimentazione, la formazione, la conservazione della cultura nazionale».
Ma la sua legge è sostitutiva del Fus?
«No. Il Fus distribuisce, semplicemente, del denaro: quest’anno 380 milioni, di cui la metà alle fondazioni lirico sinfoniche. La mia legge intende rinnovare mentalità e modalità, permettendo alle imprese di spettacolo di defiscalizzare gli utili reinvestiti o di usare crediti d’imposta. Penso a una nuova managerialità, grazie anche all’obbligo di servirsi di dirigenti usciti dalla Scuola superiore della Pubblica amministrazione. Penso a un nuovo approccio con il mercato, alla ricerca di partner privati per permettere l’ingresso di nuove energie economico-finanziarie».
In che senso?
«Gli esempi si trovano in Gran Bretagna, dove accanto al finanziamento diretto da parte dello Stato vi sono gli incentivi fiscali e negli Stati Uniti, dove lo spettacolo non gode di finanziamenti pubblici. Al Metropolitan di New York o alla Royal Opera House di Londra vige un sistema di finanziamento che permette agli “associati” di dedurre dal proprio reddito parte della somma erogata a favore del teatro: si parte da una donazione annuale di 65 dollari per arrivare a milioni. A fronte del pagamento si diventa “member” ottenendo una serie di benefit proporzionali alla somma erogata. Con la mia legge i teatri italiani saranno stimolati a riprodurre situazioni analoghe».
L’incentivo fiscale che lei propone è però per le imprese di spettacolo.
«Sì, è giusto che paghino meno tasse se quello stesso denaro, sulla base di un progetto trasparente, viene indirizzato alla formazione del pubblico e alla qualificazione dell'offerta. Però lo stesso incentivo è rivolto anche a investitori esterni. Per il primo anno chiediamo una copertura di 10 milioni, una cifra possibile. Se il meccanismo mostra di funzionare, poi si vedrà».