Incentivi, Marchionne: «Ne facciamo a meno» E con il governo è gelo

Sergio Marchionne è un abile e instancabile giocatore di carte, abituato a intrattenere chi gli sta attorno anche per un’intera trasvolata atlantica. E la carta che ieri ha messo sul tavolo della discussione sugli incentivi ha spiazzato tutti: il governo e le stesse case costruttrici di automobili che operano in Italia.
Dopo essersi dichiarato, dalle pagine de La Stampa, «agnostico rispetto al problema delle misure di sostegno all’auto», l’amministratore delegato della Fiat ha alzato il tiro, sostenendo che «l’eventuale scelta del governo di non rinnovare i bonus ci trova pienamente d’accordo».
I casi sono due: o Marchionne, stanco di aspettare una decisione da Roma in un senso o nell’altro, ha deciso di indicare lui stesso la strada da seguire («basta palliativi, ora ci vuole una serie politica industriale per rafforzare la competitività di un settore considerato ovunque trainante»); oppure il top manager, impegnato a fare la spola tra Torino e Detroit, ha voluto dare una prova di forza e di salute del gruppo che guida: «La Fiat è in grado di gestire la situazione, sia dal punto di vista economico sia da quello industriale, anche nello scenario peggiore».
Affermazioni, queste, che sicuramente rendono più arduo il compito del governo tirato per la giacca non solo dal settore automobilistico (a questo punto le case estere, nonché i concessionari e il resto della filiera), ma anche dagli altri comparti che vedono nel sostegno ai consumi l’unico modo per far quadrare i conti nel 2010.
Alla presa di posizione di Marchionne il premier Silvio Berlusconi ha risposto piccato: «Stavamo esaminando la possibilità di erogare incentivi al settore automobilistico, ma sembra che il principale produttore di auto italiane, la Fiat, non sia interessato ad averli. Comunque - ha aggiunto, facendo capire che la situazione è tutt’altro che definita - si tratta di un capitolo ancora aperto. L’esecutivo è impegnato a discutere e a dare una mano ai settori che ne hanno bisogno».
Il botta e risposta di ieri fra Torino e Palazzo Chigi ha fatto improvvisamente risalire la tensione a poche ore dal via del tavolo su Termini Imerese. Oggi, infatti, le parti interessate (governo, Fiat, sindacati ed enti locali) torneranno a riunirsi a Roma allo scopo di esaminare il modo di non far naufragare il polo automobilistico Fiat alle porte di Palermo. Palazzo Chigi, che ha tra le mani molti progetti, alcuni provenienti dall’estero, vuole a tutti i costi che il sito siciliano rimanga un polo produttivo e che ci sia un coinvolgimento della Fiat.
Già oggi, in proposito, si attendono risposte chiare dal Lingotto (Marchionne non ci sarà per la seconda volta) su questo punto e, non è escluso che nel vertice possa essere nominato un advisor per valutare la concretezza delle altre offerte all’attenzione del ministero dello Sviluppo economico. A tentare di mettere ordine è stata Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria: «È necessario - ha commentato - distinguere il sostegno all’economia, che serve a tutti i settori che soffrono, dal problema delle fabbriche, nello specifico Termini Imerese. Mi pare che la posizione di Marchionne sia di una richiesta di stabilità e certezza e su questo c’è una trattativa in corso».
Ieri sera, intanto, è saltato il faccia a faccia tra i ministri Claudio Scajola e Giulio Tremonti «per impegni all’estero» di uno dei due partecipanti. Lunedì e martedì della prossima settimana la partita sugli incentivi si sposterà a San Sebastian, in Spagna, dove i ministri europei all’Industria cercheranno di trovare una non facile posizione comune.