Incertezza della pena

Per l’amnistia si marcia, si prega, si spera. Per motivi di umanità se non di giustizia rigidamente intesa, perché si ha consapevolezza della sofferenza - e anche della violenza manifestata e compressa – che nelle carceri si concentra, come in un mondo parallelo e più crudele di quello in cui viviamo.
Ma sempre per l’amnistia si teme, anche. Si teme che un provvedimento di clemenza svilisca l’immagine e l’autorevolezza del sistema penal-giudiziario, sminuisca l’idea stessa dello Stato monopolista di giustizia e sicurezza, uno Stato che insomma con l’amnistia alzerebbe bandiera bianca.
Il dibattito è aperto, sofferto, difficile. Nessuno ha ricette infallibili da proporre, ma forse è utile riflettere sulle ragioni che concorrono a rendere seducente l’idea di un colpo di spugna che aiuti a far diminuire la pressione nelle carceri.
Innanzitutto, le condizioni stesse degli istituti di pena. Molti sono sovraffollati, strutturalmente inadeguati, tali da non garantire speranze di rieducazione. Le loro condizioni costituiscono un intollerabile aggravio della sofferenza che comporta la natura – anche «afflittiva», come dicono i giuristi - della pena.
Ma non si tratta soltanto di questo. C’è, soprattutto, il cattivo funzionamento del sistema giudiziario. La carcerazione preventiva è uno strumento pericoloso, che in un ordinamento veramente civile dovrebbe essere usato con molta cautela, perché non si possono pretendere anticipi di dolore, di vergogna, di limitazione grave della libertà a fronte di responsabilità non certe, non provate. Ed è sempre per responsabilità proprie del sistema che la carcerazione preventiva si dilata fino ai limiti massimi, intollerabili, perché l’apparato giudiziario arranca e ansima e ha ormai dei tempi lunghissimi. Tanti povericristi, senza santi e senza patroni, vengono arrestati e praticamente dimenticati, in altri Paesi la loro posizione verrebbe definita in poche settimane e più della metà di questi carcerati preventivamente tornerebbe in libertà; ad altri verrebbe riconosciuto il diritto a misure alternative alla carcerazione.
Queste sono le statistiche italiane. Nelle carceri si ripercuotono l’angoscia e la frustrazione che la macchina giudiziaria produce con i suoi ritmi incomprensibili e inaccettabili.
È proprio per questo che s’invoca l’amnistia, nell’illusione che un provvedimento di clemenza sminuisca il peso della sostanziale ingiustizia che il sistema esprime.
Ma lo stesso sistema ha anche le sue smagliature, le sue rilassatezze, i suoi errori, egualmente incomprensibili e inaccettabili. Fior di delinquenti, grazie a una valutazione sbagliata della loro pericolosità, godono di agevolazioni e di vantaggi ingiusti: permessi e semilibertà di cui si avvalgono per compiere altri crimini. E il susseguirsi di casi che riguardano proprio i reati commessi da detenuti «in permesso» diffonde giustamente nell’opinione pubblica la sensazione che la certezza della pena non sempre si realizzi e che, in fondo, una forma strisciante di amnistia impropria si adotti, senza criterio e senza discernimento, in tutte le stagioni.
Il bisogno di sicurezza, la consapevolezza di vivere in una società aperta ed esposta suscita in molti il desiderio di un sistema più fermo nei confronti di chi viola la legge. E poi c’è un dato storico: nell’Italia democratica ci sono stati, fino agli anni Settanta, provvedimenti di clemenza a catena, in media uno ogni due anni. Questo non ha impedito che si ponessero le premesse per gli storici e incivili ritardi che oggi caratterizzano la nostra giustizia. Ogni volta che si adottava un provvedimento si sperava che la macchina giudiziaria approfittasse della tregua per rimettersi in pari, un nuovo inizio, nella corsa contro il tempo. Così non è stato, perché l’amnistia è un palliativo, non cura la malattia, alleggerisce i sintomi. E soltanto temporaneamente. Ma lascia la sensazione di una resa, di uno Stato che alza le braccia, rinunciando per stanchezza alla funzione fondamentale di rendere giustizia e di garantire la sicurezza.