Inchiesta-bis sul degrado al Policlinico

Sul Policlinico Umberto I la Procura di Roma apre ancora un’inchiesta. Questa volta per «omesso referto» e il reato riguarda il fatto di non avere comunicato tempestivamente all’autorità giudiziaria il caso della donna morta il 10 dicembre scorso per legionella. Il terribile morbo che si annida prevalentemente nell’acqua sporca o negli impianti di condizionamento ambientale contaminati, che infesta i polmoni fino a devastarli e a provocare, nei casi più gravi, la morte.
Un batterio a dire il vero quasi scomparso dalla casistica italiana ma che, ora, proprio al Policlinico romano rischia di mietere una seconda vittima: un cinquantenne tuttora ricoverato nel reparto di cardiochirurgia. Insomma, il pubblico ministero Gianfederica Dito vuole capire perché solamente il 9 gennaio, un mese dopo, alla Procura è arrivata notizia del decesso in seguito al manifestarsi della malattia infettiva e, soprattutto, perché a segnalarlo sia stata la Asl e non la direzione ospedaliera. E poi: se le autorità sanitarie competenti fossero state avvertite per tempo, si sarebbe potuto evitare il secondo caso?
Nuovi interrogativi che si aggiungono a quelli a cui dovrà rispondere un altro pm di piazzale Clodio, Gianfranco Amendola, sulla cui scrivania da giorni cominciano ad approdare le relazioni dei carabinieri del Nas, il Nucleo antisofisticazioni, ancora al lavoro tra i cunicoli sotterranei e i corridoi dei padiglioni universitari. Dettagliati dossier, insomma, sulle condizioni igienico-sanitarie della struttura ospedaliera, così come «svelate» dalle inchieste giornalistiche dei giorni scorsi, sulla cui base poter iniziare a dipanare l’igarbugliata matassa delle responsabililtà sanitarie e amministrative. La bufera sull’Umberto I, l’avamposto dei «baroni» universitari, ma comunque pure sempre un polo medico-scientifico considerato di alto livello, dunque, è tutt’altro che passata. Anzi.
C’è un articolo del codice penale, il 365, che impone al medico, una volta che accerta un caso di malattia infettiva, di informare l’autorità giudiziaria anche per scongiurare eventuali rischi di epidemia. E punisce «chiunque avendo nell’esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto quale si debba procedere d’ufficio. omette o ritarda di riferire all’Autorità giudiziaria».
L’ipotesi di reato di omesso referto va ora ad aggiungersi a quella di omicidio colposo per la vicenda della donna prima arrivata al Dea, il Dipartimento d’emergenza e accettazione (il pronto soccorso per intenderci), quindi trasferita a Cardiochirurgia e poi morta a dicembre. Ma anche all’accusa di lesioni gravi per l’altro caso, tuttora sotto osservazione. Fascicoli aperti, finora, contro ignoti. Il timore, però, è che al Policlinico possano essere state registrate altre diagnosi di legionellosi mai denunciate. Ecco perché i carabinieri su indicazione del sostituto procuratore Dito stanno passando al setaccio le cartelle cliniche ospedaliere alla ricerca di casi-fantasma, referti di persone decedute.
Le due inchieste, quella di Dito e d’Amendola, in qualche modo si intersecano. Di fatto per scoprire dove e come la donna stroncata dal morbo sia stata contagiata, bisognerà verificare lo stato di pulizia delle condutture idriche, nonchè delle tubature e dei condotti degli impianti di climatizzazione ambientale, compresi quelli dei vecchi riscaldamenti centralizzati. Di solito, il batterio prende forma in situazioni di ristagno, di incrostazioni e di depositi calcarei; la sua proliferazione è favorita dalle temperature alte, dall’usura e dalla corrosione delle condutture. Al Policlinico si giustificano così: «Abbiamo aspettato ulteriori esami e accertamenti prima di denunciare la legionella». Ma per i magistrati non basta.
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