INCHIESTA Gli immigrati? Sono un business Per l'Italia è un salasso: ci costano un miliardo

Ora Lampedusa è deserta. Ma l'Italia è stata costretta ad aumentare le tasse sulla benzina per aiutare 22.268 stranieri. Ai Comuni coinvoltila Protezione Civile versa 46 euro per ogni ospite. Il nostro Paese ha dovuto sopportare da solo l’enorme peso dell’emergenza dopo le rivolte in Africa

Lampedusa è deserta, svuotata. Spariti i turisti, che quest’estate comunque non erano accorsi in massa. Niente più clandestini sbarcati dalle carrette del mare, smistati sul continente dopo aver incendiato il centro di raccolta a colpi di molotov artigianali, fabbricate con gli aiuti alimentari ricevuti dalla Protezione civile: bottigliette di plastica vuotate dall’acqua e riempite di zucchero e olio d’oliva, inneschi infiammabili. Con loro, si è anche dissolta gran parte della truppa di accompagnamento. Giornalisti, fotografi, volontari e funzionari della Protezione civile, personale delle Onlus, forze di polizia. In mancanza dei vacanzieri, sono stati loro a riempire ristoranti e stanze d’albergo lampedusani.

IL BILANCIO
È tempo di bilanci per l’isola. E un dato giganteggia su tutto: gli sbarchi dal Nordafrica sono costati circa un miliardo di euro all’Italia, che ha sopportato da sola l’enorme peso dell’emergenza dopo lo scoppio delle rivolte nelle nazioni islamiche mediterranee. È un’operazione umanitaria di dimensioni difficilmente immaginabili. I numeri non esauriscono la complessità degli interventi, le responsabilità assunte dal governo centrale e dagli enti locali, l’immane sforzo organizzativo sostenuto dal Paese per dare a decine di migliaia di disperati cibo, vestiti, farmaci, un tetto. Per non lasciare i profughi in mare, come fanno Malta e Grecia. Per non cannoneggiare i barconi, come fa la Spagna.

QUANTI SONO
Secondo fonti del governo, dal 1° gennaio al 20 settembre sono sbarcate a Lampedusa 58.274 persone: una media di 1.500 ogni settimana. Il 20 settembre scorso, vigilia della drammatica insurrezione incendiaria, sull’isola erano presenti 1.219 migranti mentre altri 1.681 erano ospitati nel centro di accoglienza di Mineo (Catania) che un tempo alloggiava le famiglie dei militari americani di stanza alla base aerea di Sigonella e oggi è diventato l’imbuto che convoglia i richiedenti asilo.
Dopo la sommossa, la situazione è drasticamente mutata. Nella settimana degli scontri sono sbarcati soltanto 365 fuggiaschi immediatamente trasferiti assieme alla quasi totalità dei rivoltosi: al 27 settembre a Lampedusa si contavano soltanto 40 irregolari mentre gli sbarchi totali ammontano a 58.639 persone.

CHE ASSISTENZA RICEVONO
Ufficialmente, meno del 40 per cento di questa massa di profughi è rimasta in Italia. La Protezione civile, infatti, al 19 settembre assisteva direttamente 22.268 migranti (il Viminale ne aveva previsti 25mila): degli altri non si sa nulla. Una quota consistente ha sicuramente proseguito la fuga verso la Francia, la Germania e altri Paesi europei, ma un numero imprecisato non ha varcato i nostri confini. Irreperibili, clandestini.
In attesa del rimpatrio, i quasi 22.500 sono stati ripartiti sul territorio nazionale in proporzione al numero di abitanti di ogni regione (tranne l’Abruzzo terremotato). Sono soprattutto maschi adulti di nazionalità tunisina. Essi vengono ospitati dalle regioni, in coordinamento con Protezione civile, province e comuni, in strutture comunitarie pubbliche o private, soprattutto alberghi e vecchi edifici non più destinati a colonia estiva o casa di riposo.

I COSTI DELL’EMERGENZA
Per ognuno dei migranti assistiti, ai sindaci dei comuni ospitanti la Protezione civile versa 46 euro al giorno per vitto, alloggio e prima assistenza sanitaria. La retta raddoppia per i minorenni (3.500 ingressi dal 1° gennaio): può raggiungere anche i 120 euro quotidiani perché vanno affidati a strutture speciali. E siccome in Italia non ci sono posti a sufficienza in questi centri per minori, il ministero del Welfare come soggetto attuatore ha dovuto aprire una serie di comunità temporanee di prima accoglienza dotandosi di immobili, educatori, medici, psicologi, interpreti, mediatori culturali.
Ma questa non è che una parte delle spese sostenute dal nostro bilancio pubblico. Vanno aggiunte quelle per l’ordine pubblico, i voli di rimpatrio, gli agenti di scorta, le spese legali: ogni pratica costa allo stato circa 650 euro. E ancora le spese sanitarie delle Asl, il lavoro della Croce rossa, le centinaia di militari inviati nell’isola.
Tutti impegni ai quali governo ed enti locali non si sono sottratti. Davanti a questo epocale dramma umano, in questi mesi di crisi finanziaria generale, l’Italia ha messo in campo energie sconosciute e preziose: dagli agenti di polizia alla Protezione civile fino al personale delle Aziende sanitarie, che non hanno lesinato in vaccini, profilassi di malattie infettive e ogni altro tipo di cura, indipendentemente dal possesso del permesso temporaneo di soggiorno. Interventi che gravano pesantemente sui conti dello stato senza che dai partner internazionali sia arrivato qualcosa in più che una pacca sulle spalle. L’esecutivo calcola che l’emergenza nordafricana costerà alle casse pubbliche un miliardo di euro. Finanziato, all’italiana, con l’aumento delle accise sulla benzina.
(1. Continua)