Inchiesta P3, Dell'Utri e Verdini rischiano il processo

Roma Chiuse le indagini della procura di Roma sulla «P3», la presunta «loggetta massonica» che avrebbe fatto capo al faccendiere Flavio Carboni, al tributarista Pasquale Lombardi e all’imprenditore Arcangelo Martino, cercando - secondo i pm capitolini - di «condizionare il funzionamento di organi costituzionali e di apparati della pubblica amministrazione». I tre, arrestati nel luglio dello scorso anno, avrebbero tentato persino di influenzare la decisione della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano. Una prodezza mancata, visto l’esito di quella pronuncia della Consulta.
I pm romani Giancarlo Capaldo e Rodolfo Sabelli hanno depositato venerdì l’avviso di conclusione delle indagini, spedito ieri ai 20 nomi ancora coinvolti nell’inchiesta.

Tra le novità, un ridimensionamento dei nomi «eccellenti» coinvolti. Non ci sono più il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo e l’ex presidente della Corte di Appello di Milano, Alfonso Marra (poi trasferito dal Csm per incompatibilità ambientale), le cui posizioni sono state archiviate. Ancora nel registro degli indagati, invece, il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri, il coordinatore del Pdl Denis Verdini, il governatore sardo Ugo Cappellacci (non più per corruzione ma solo per abuso d’ufficio), l’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, l’ex assessore campano Ernesto Sica.

Tra i venti nomi della chiusura inchiesta spunta, ed è una novità, anche il coordinatore del Pdl in Toscana, Massimo Parisi, coinvolto con Verdini in un presunto finanziamento illecito collegato alla Società toscana di edizioni, ma che finora non risultava iscritto a modello 21. Indagato anche l’ex presidente della Corte di Cassazione, Vincenzo Carbone, a cui viene contestato il reato di corruzione in atti giudiziari per aver rinviato alle sezioni unite il giudizio tributario tra la Mondadori e l’agenzia delle entrate.

Sparito invece, come detto, ogni riferimento alla «leggina» che il sottosegretario Caliendo avrebbe dovuto caldeggiare per allungare l’età pensionabile e lasciare Carbone in servizio, e che il sottosegretario aveva sempre definito «ridicola».
I pm capitolini confermano nel documento di dodici pagine l’ipotesi formulata nel luglio scorso, la violazione della Legge Anselmi, quella sulle associazioni segrete. «Sorpassando» così i colleghi napoletani Henry John Woodcock e Francesco Curcio la cui indagine, la cosiddetta «P4», pur impostata proprio sull’ipotesi dell’esistenza di una sorta di «loggia occulta», ha visto invece subito cadere la stessa ipotesi che non è passata al vaglio del giudice per le indagini preliminari partenopeo. Curioso che proprio uno dei due pm romani, Capaldo, sia a sua volta «lambito» da un’inchiesta partenopea (quella su Marco Milanese) per l’ormai famoso pranzo con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti e con lo stesso Milanese, all’epoca ancora consigliere del ministro.

Tornando alla P3, l’aggiunto Capaldo e il pubblico ministero Sabelli contestano la costituzione, l’organizzazione e la direzione della presunta associazione segreta a Carboni, Lombardi, Martino, Verdini e Dell’Utri, e la partecipazione alla stessa a una decina tra professionisti, imprenditori (come Fabio Porcellini e Alessandro Fornari), funzionari e dirigenti della regione Sardegna (come il direttore dell’Arpa Farris) e «prestanome» dello stesso Carboni.
Resta in piedi anche l’ipotesi di una diffamazione organizzata contro il presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro. Il dossieraggio (perfezionato secondo le toghe con la pubblicazione su un blog campano a febbraio del 2010 di due articoli per screditare il candidato del Pdl) per Capaldo e Sabelli sarebbe stato orchestrato dalla solita «triade» della loggetta (Carboni, Martino e Lombardi) insieme a Cosentino e a Sica, tutti indagati anche per il tentativo - non riuscito - di costringere il futuro governatore della Campania a «rinunciare alla proprio candidatura».

I venti indagati (oltre ai nomi già citati l’elenco comprende anche Pierluigi Picerno, Pinello Cossu, Marcello Garau, Giuseppe Tomassetti, Antonella Pau, Maria Laura Scanu Concas e Stefano Porcu) rischiano ora il processo: probabile, infatti, che, per tutti, i pm romani chiedano presto al gip il rinvio a giudizio.