Inchiesta P4, salta il teorema del pm Woodcock

Il giudice smonta i teoremi di Woodcock. Il tribunale del Riesame: la presunta P4 di Luigi Bisignani non era un'associazione segreta. Così salta l'accusa più grave. Ma la procura: "Impianto valido tranne piccole contestazioni". Resta l'associazione a delinquere con Papa e il carabiniere La Monica

Simone Di Meo
Massimo Malpica


La P4 è un’associazione per delinquere, ma non è un’associazione segreta. Il Riesame accoglie la ricostruzione della Procura di Napoli, riconoscendo il vincolo associativo tra i tre principali indagati dell’inchiesta (il deputato Alfonso Papa, il lobbysta Luigi Bisignani e il sottufficiale del Ros Enrico La Monica), ma di fatto restano al palo gli scenari investigativi della prima ora, quando si evocavano i fantasmi della legge Anselmi e si prospettavano scenari massonici o paramassonici. D’altronde, lo stesso Ufficio inquirente partenopeo aveva già rinunciato a proporre appello proprio sulla sussistenza dei gravi indizi per configurare il reato di associazione segreta dopo che il gip Luigi Giordano, all’atto dell’emissione delle misure cautelari, aveva di fatto cassato questa ricostruzione investigativa.

Nella richiesta d’arresto, la procura aveva parlato di violazione dell’articolo 18 della Costituzione (che vieta le associazioni segrete, o di natura militare) senza però riuscire a dimostrarne l’esistenza. Ieri, il tribunale del Riesame non è dovuto tornare sull’argomento, limitandosi ad accogliere le tesi dei pm confermando l’esistenza di un rapporto di collaborazione criminale tra Papa, Bisignani e La Monica, finalizzato all’acquisizione di notizie giudiziarie coperte da segreto da utilizzare come forma di ricatto o di agevolazione delle rispettive carriere.

Contestualmente, i giudici del Riesame hanno disposto la misura cautelare degli arresti in carcere per i tre indagati, e dunque anche per Bisignani, al quale il gip Luigi Giordano aveva applicato la più lieve misura dei domiciliari motivando tale decisione sia in relazione al contributo offerto con sei interrogatori resi ai pm nei mesi scorsi, interrogatori risultati di grande utilità per l’accertamento di alcune vicende oggetto di indagine, sia in virtù del riconoscimento di esigenze cautelari più attenuate per rischio di inquinamento delle prove e per reiterazione del reato.

Scontato, a questo punto, il ricorso in Cassazione da parte dei difensori degli indagati. Se anche la Suprema Corte dovesse condividere l’impostazione della magistratura partenopea, l’aula di Montecitorio sarebbe chiamata a votare nuovamente l’arresto per Papa per il più grave capo di imputazione di associazione per delinquere (il politico è da tre settimane in carcere per rivelazione di segreto, favoreggiamento, concussione, estorsione e corruzione), mentre per Bisignani, che ora resta ai domiciliari, sarebbe immediato il trasferimento a Regina Coeli. Quanto al sottufficiale del Ros, il maresciallo Enrico La Monica, è ancora latitante in Africa, dove si trovava nel dicembre scorso e da cui non è più tornato, ufficialmente per problemi di salute.

Nell’ordinanza, infine, il tribunale del Riesame ha accolto anche la richiesta contenuta nel capo B della richiesta dei pm (tentativo di corruzione), ma solo nei confronti di Bisignani e Papa, e quella nel capo V (ricettazione delle schede telefoniche), per tutti e tre. E proprio l’utilizzo delle schede telefoniche dedicate, avrebbe convinto i giudici dell’esistenza di un’associazione per delinquere; utenze cellulari intestate a ignari cittadini - italiani ed extracomunitari - che servivano a Papa, Bisignani e La Monica per parlare tranquillamente, senza cioè il rischio di finire nella rete delle intercettazioni telefoniche. Soddisfazione per la decisione del Riesame è stata espressa dal procuratore della Repubblica di Napoli Giovandomenico Lepore: «Esce rafforzata la tesi della procura in merito alla sussistenza del reato di associazione per delinquere.

Tutta la tesi accusatoria ha trovato accoglimento - ha aggiunto - attraverso la decisione del Riesame che ha ritenuto fondato il nostro appello dimostrando la validità dell’impianto accusatorio, salvo piccole contestazioni». Peccato che le «piccole contestazioni» non comprendano nemmeno l’asse portante dell’inchiesta originaria, quell’odore di massoneria e grembiulini già cancellato dal gip e poi «dimenticato» dai pm napoletani e dal capo della procura, al momento di proporre appello al Tribunale del riesame.