Inchiesta sul viceministro: tre indagati per false prove

Gian Marco Chiocci

nostro inviato a Catanzaro

Ci sono i primi tre indagati nell’inchiesta sulle false intercettazioni collegate all’arresto dell’ex sottosegretario al Tesoro, Santino Pagano, e di altre 40 persone. Tre addetti ai lavori. Tre nomi tenuti rigorosamente top secret dalla procura di Catanzaro interessata a capire chi, e perché, avrebbe radicalmente stravolto numerosissime trascrizioni di conversazioni telefoniche e ambientali inventando di sana pianta riferimenti a cosche mafiose, contatti coi boss, a traffici di armi e di droga. La relazione tecnica sui nastri consegnata il 29 dicembre scorso al magistrato catanzarese dal perito Luciano Romito, consulente d’ufficio della procura, ricalca alla lettera le conclusioni raggiunte precedentemente dagli esperti nominati dalla Difesa. La comparazione con le trascrizioni originali effettuate dagli uomini della Dia e dai funzionari dell’ufficio giudiziario di Reggio Calabria evidenzia eccezionali, gravissime, difformità. Interi passaggi non esisterebbero, altri sarebbero stati curiosamente reinterpretati, ampi spazi occupati dal «silenzio» avrebbero subito l’aggiunta di interlocuzioni suggestive, in linea con l’impianto accusatorio.
Ma oltre alle note intercettazioni «taroccate» oggetto del procedimento scaturito da una denuncia sottoscritta da imputati diversi (oltre a Pagano, l’imprenditore Siracusano e il giudice Savoca) un altro malloppo di trascrizioni contraffatte presumibilmente dalla stessa mano emergerebbero da una nuova denuncia presentata a Catanzaro: anche stavolta le manomissioni contestate sarebbero gravissime, e riguarderebbero le chiacchierate captate dalle «cimici» della Dia nello studio del commercialista di Pagano e Siracusano. Di fronte al tribunale del Riesame (dove poi l’ex sottosegretario otterrà la revoca degli arresti) nella penultima udienza la pubblica accusa aveva prodotto un’informativa basata sui contenuti di queste intercettazioni aggiuntive da cui - per il pm - risultava provato non solo che le imprese dei due imputati riciclavano denaro di Cosa nostra ma che addirittura sarebbero stati i consulenti della Difesa a inquinare le prove dissimulando la realtà contabile. «Una cosa che sapevamo per certo essere fuori dal mondo - dice l’avvocato Giuseppe Amendolia - a questo punto abbiamo dato incarico al nostro perito di fare una seconda analisi a campione sulle nuove intercettazioni. E l’esperto, al pari della precedente occasione, ha trovato un’infinità di altri passaggi assolutamente inventati». Vedi i riferimenti al pentito Sparacio («misiru u Sparaciu») quand’invece la frase esatta è «mi isau i spaddi» («alzandomi le spalle», in senso di rifiuto). Vedi i passaggi dove si scandisce «Co-sa No-stra» al posto di «ma non qua». «È tutto così - chiosa Amendolia - sinceramente non so più cosa pensare...».