Inchiesta sulla setta che «rapisce» i giovani

La denuncia di una madre: a mia figlia hanno fatto il lavaggio del cervello

Marino Smiderle

da Padova

Le armi della magistratura sono spuntate. Anzi, contro le sette non ci sono proprio armi. Se ne stanno accorgendo, loro malgrado, il pm di Padova, Roberto D’Angelo, e il capo della squadra mobile, Marco Calì, che da qualche mese stanno indagando sulla misteriosa «scomparsa» di 15 giovani, tutti maggiorenni, rimasti impigliati, secondo i genitori, nelle trame di non ben specificate associazioni, di vario tipo.
L’indagine è delicata e va avanti. Ma i precedenti non lasciano ben sperare. Sì, perché il reato di plagio è stato stralciato dai codici e, a meno di incappare in eclatanti casi di violenze, le richieste dei familiari finiscono contro il muro della scelta «volontaria» esercitata da quegli stessi giovani, il cui cervello, sempre secondo i genitori, è stato sottoposto a un lavaggio accurato, una centrifuga del pensiero che li convince a rimanere agganciati a un mondo di sette che sta assumendo dimensioni preoccupanti.
Un paio di anni fa anche i magistrati di Vicenza si erano imbattuti in casi simili. In particolare, il pm Paolo Pecori aveva raccolto la denuncia straziante di una madre, Maria Clara Caselin, di Thiene, che dal ’95 aveva perso sua figlia. «Me l’hanno plagiata con il lavaggio sistematico del cervello - ha raccontato in lacrime la donna - e l’hanno segregata».
È la storia di Sonia, che oggi ha 38 anni, e che ne aveva dieci di meno quando decise di andare a visitare quella che sembrava una «missione» in Brasile, a San Paolo. In realtà si trattava di una congregazione misteriosa, chiamata Ultimi servi della regina dell’amore, e gestita da «madre Maria», all’anagrafe Themis de Carvalho, una donna sposata che diceva di gestire un orfanotrofio. «Mia figlia è stata ridotta a una schiava - spiega la madre -. La santona brasiliana le ha fatto prendere i voti di clausura, la fa lavorare in una realtà artificiale. Quando sono andata a parlare con Sonia mi ha detto che quella era la sua vita. Ma lo diceva con gli occhi bassi, attorniata dalle "sorelle" e dai "fratelli". Non era più lei, non è capace di intendere: Sono anni che tento di riprenderla, senza successo».
In quella «missione» Sonia non è la sola italiana. Ci sono altre due compagne di sventura, Eleonora e Nadia, poco più che trentenni. Il pm vicentino tentò di approfondire, di chiedere lumi al consolato italiano a San Paolo, ma di fronte alla volontà di una maggiorenne, non c’è legge che si possa far valere.
«Intanto - sostiene Maria Clara Caselin - mia figlia e le altre sono state come soggiogate in un clima di grande prostrazione psicologica, arrivando a lavorare anche per 40 ore di fila». «Questa è la mia vita», ha insistito, come un robot, la «spontanea» aderente alla setta di Themis de Carvalho.
Le denunce raccolte dai magistrati padovani, dal marzo scorso, sono una quindicina. Denunce di padri disperati, che non sanno dove sono finiti i figli, o che lo sanno ma che non riescono a mettersi in contatto con loro. Alcuni vivono in realtà parareligiose, altri in piccoli appartamenti trasformati in sedi di chissà quale tipo di associazione.
C’è un precedente, quello del santone Basmagi, originario di Aleppo, in Siria, che, dopo aver sposato una vicentina, fondò una setta vera e propria, i cui aderenti lo consideravano una specie di messia. Siccome aveva la cattiva abitudine di violentare le adepte, la Corte d’appello di Venezia lo ha condannato a 8 anni e 11 mesi. Dalla Siria, però, pare continui a coordinare un movimento che ha forti radici proprio nel Vicentino e nel Padovano.
L’inchiesta sul fenomeno-sette avviata dal pm D’Angelo a marzo rischia quindi di infrangersi sul solito muro dei cervelli paralizzati di questi maggiorenni che, di fronte alle implorazioni di genitori disperati e increduli, rispondono come Sonia ha risposto alla madre: «Questa è la mia vita». Oltre quella soglia, per quanto artefatta, la polizia non può andare.