Inchiesta "Why not", il gip archivia Mastella

Il gip di Catanzaro: "Mancano assolutamente i presupposti". L’ex Guardasigilli: "Mi hanno eliminato politicamente. E' stato un vero e proprio attentato a libertà"

Roma - Clemente Mastella non doveva essere indagato nell’inchiesta Why not, su presunti illeciti nell’uso di fondi pubblici, perché «mancavano assolutamente i presupposti». La posizione dell’ex ministro della Giustizia viene archiviata dal gip di Catanzaro, Tiziana Macrì, che si allinea alla richiesta fatta il 4 marzo dalla Procura generale del capoluogo calabrese.

Mastella è infuriato e chiede i danni, appellandosi al capo dello Stato Giorgio Napolitano, che presiede anche il Csm. Secondo i suoi colleghi, il pm Luigi De Magistris ha sbagliato a iscriverlo nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, nell’autunno, per i suoi presunti rapporti con Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e principale indagato. Motivi concreti non ce n’erano allora, né «successivamente sono sopravvenuti elementi nuovi», spiega il Pg Enzo Jannelli.

Il fatto è gravissimo per il leader dell’Udeur, un «vero e proprio attentato a libertà e prerogative costituzionalmente riconosciute», che gli ha provocato un danno «irreparabile». «I responsabili - dice Mastella - dovrebbero vergognarsi moralmente, avendo costruito un vero e proprio linciaggio su un fatto che non c’è mai stato e che loro sapevano che non c’era». Ha già dato mandato ai suoi avvocati di studiare «tutte le possibili azioni giudiziarie e amministrative a tutela della mia persona e per chiedere il risarcimento dei danni a chi ha lavorato (sul piano giudiziario, sul piano mediatico e su quello politico) per la mia eliminazione politica».

Mastella, che si è dimesso in seguito a un’altra inchiesta (quella della Procura di Santa Maria Capua Vetere), a settembre Mastella ha aperto un procedimento disciplinare contro il Pm di Catanzaro, chiedendo il suo trasferimento d’ufficio suo. Per incompatibilità l’indagine è stata avocata dal Pg Dolcino Favi e poi è passata al successore Jannelli. Il Csm il 18 gennaio ha condannato alla censura De Magistris, con trasferimento ad altra sede e ad altre funzioni. Una condanna troppo «blanda» per il Guardasigilli Luigi Scotti, che ha impugnato la sentenza.