Le inchieste oniriche dei magistrati

Vittorio Sgarbi

Potremmo dire che è tornato il Fascismo? Potremmo ancora scrivere qualcosa? I giornalisti credo di no. E io, con loro. I politici, anche se parlamentari, devono astenersi nelle critiche alla magistratura dal considerare «politiche» alcune inchieste. Si potranno giudicare sbagliate, infondate, parziali, ma non mai politiche. Il sospetto che un magistrato agisca per ragioni politiche non è soltanto una intollerabile infamia (letteralmente, etimologicamente in-fame), è ciò di cui non si può parlare. Ma è un reato che nessuna immunità, anzi, insindacabilità, può coprire. Non sarà più possibile ripararsi dietro lo scudo della immunità parlamentare. Anche i parlamentari dovranno stare attenti e, preferibilmente, tacere. Non è facile far capire che, se esiste l'istituto della insindacabilità non è per riparare i deputati dai reati comuni, ma, nella fattispecie della insindacabilità, dai reati derivati dalle loro funzioni, in particolare dalla critica, anche pesante, derivata dalla contrapposizione politica. È proprio perché c'è il reato che esiste l'insindacabilità. Ed è proprio per consentire che, esprimendo opinioni politiche, anche discutibili e anche sbagliate, il parlamentare possa esprimere il suo giudizio, assumere una posizione e testimoniarla per conto di chi lo ha eletto. Se egli non agisce a titolo personale, ma rappresentando il pensiero di chi fa riferimento a lui, non si capisce come possa essere sanzionato se non fortemente violando i diritti garantiti dalla democrazia. Le inchieste contro la Lega per il reato di sovversione (mai tentata e mai avvenuta, come si è visto) sono un evidente esempio di azione politica da parte della magistratura che si ripara dietro l'ipotesi di un reato inesistente e che di fatto condiziona e compromette, alle fondamenta, l'azione politica della Lega. Se voglio cambiare la Costituzione con metodi non violenti, dovrò pure dirlo e indicare alcuni principi che contrastano con la Costituzione vigente. Ma finché lo dico dov'è il reato? Può esservi reato nella parola e nella critica? E se volessi il ripristino della monarchia, non potrei dirlo? È evidente, infatti, che dovrei mettere in discussione i fondamenti della Repubblica. Non potrei essere processato per averlo detto. Ora, da quasi quindici anni, la classe politica è stata sistematicamente oggetto di inchieste giudiziarie che, buone o cattive che fossero, l'hanno compromessa e destituita. Chi ha compiuto l'azione più radicale ed emblematica, Antonio Di Pietro, addirittura, è passato dalla magistratura alla politica occupando il posto di chi aveva di fatto eliminato. Come chiamare le inchieste di Tangentopoli? Non potremmo più dire «politiche». Lo stesso si può dire per le inchieste contro la mafia di Caselli. Eppure proprio queste hanno un'origine inequivocabile. Quando iniziò la stagione che ha visto protagonisti i magistrati di Palermo e Milano, nei processi simbolici, e tutti politici (potremmo ancora dirlo?) contro Andreotti e Craxi, toccò a Mastella, attuale ministro della Giustizia, limitare il campo di indagine della magistratura rispetto al partito di maggioranza relativa.
Fu, infatti, nella Commissione Antimafia, istituita dal Parlamento e presieduta da Luciano Violante, che si affermò per la prima volta il teorema Dc uguale mafia, da cui ebbe origine il processo Andreotti, con i documentati collegamenti tra lo stesso Violante e la Procura di Palermo. Mastella reagì con coraggio e dignità, difficili in quel momento di confusione e smarrimento (era da poco iniziata Tangentopoli) con processi che, d'ora innanzi, dovremo definire para politici per non essere condannati o peggio costretti al silenzio, riuscendo a far passare un emendamento in cui con maggiore verisimiglianza storica, si indicava la collusione o la coincidenza non fra la Democrazia cristiana e la mafia, ma fra una parte, alcune «correnti» inquinate della Dc e la mafia. Mastella aveva intuito il rischio di una azione tutta politica della magistratura. E in effetti iniziò di lì a poco con il processo Andreotti tenuto a Palermo non riconoscendolo come esponente di governo di lunghissimo corso (il che avrebbe stabilito la sede naturale del processo a Roma), ma, come capo di una corrente il cui terminale, Salvo Lima, aveva la sua area di azione «criminale» a Palermo. E proprio da qui partono le mie osservazioni dell'11 agosto 1998 su Caselli e i suoi. L'occasione è il suicidio di Lombardini. Le divagazioni, investono il rapporto tra Violante, altro magistrato passato in politica, e Caselli. Potremmo ancora dire che il processo Andreotti è un processo politico? O, per risalire a un tempo più lontano, che Roma con il suo Tribunale, è il «Porto delle nebbie»? Le Procure di Milano e di Palermo hanno cambiato il volto politico dell'Italia, per alcuni opportunamente. Anzi, potremmo dire che il loro rapporto con la politica è stato fisiologico dando origine alla stessa azione della magistratura anche se non mossa da pregiudizio politico o da una posizione di parte che molti hanno voluto riconoscere. Patologico è invece il rapporto tra politica e magistratura in Calabria, almeno per quella parte di pubblici ministeri che si è ispirata al principio esposto dal pubblico ministero Boemi secondo il quale chiunque faccia politica in Calabria è colluso con la mafia. Da qui le indagini sbagliate (se ci è ancora concesso dirlo) su Riccardo Misasi, Giacomo Mancini ed ora Franco Pacenza, il cui caso ha mosso la protesta di numerosi esponenti del centrosinistra per la solita difesa corporativa di Antonio Di Pietro. A tal proposito ricordo che per concorso esterno in associazione mafiosa fummo indagati nel 1995 anche Tiziana Maiolo ed io. Archiviata l'incredibile indagine resta la diffamazione, quello che, come nel caso di Andreotti, Gava o di Lombardo e molti altri, è il «diritto di calunnia» come lo chiamerebbe Travaglio, per il quale io posso essere condannato, costretto a tacere, mentre il magistrato non ripara alcun errore e può, all'occorrenza, attribuire un marchio di infamia in nome della legge e a danno della vittima che si deve difendere a proprie spese per un reato che non ha compiuto. Ma, si dirà, l’errore può essere stato fatto in buona fede, non per ragioni politiche, ma in nome di principi assoluti. Non stiamo a guardare poi se in seguito a un interrogatorio, nell'inchiesta di Caselli e soci, Luigi Lombardini si è suicidato. Un incidente perché, come ricorda l'ottimo Travaglio, «Csm e ministro Flick hanno stabilito che tutto si è svolto nella massima correttezza». Suicidio compreso. Vorremmo dunque concludere che se nessuna azione di un magistrato può essere considerata politica quando se ne abbia il sospetto, occorrerà definirla «inconsapevolmente politica».
Ovvero politica all'insaputa del magistrato che la esercita. E, insomma, onirica. Potremmo, dunque, dire che le indagini politiche si svolgono in una sfera onirica. Non sono reali. E che anche il suicidio di Lombardini è un sogno. Un brutto sogno.
Vittorio Sgarbi