Incidenti tra barche, cinque vittime in un mese Ma il mare è diventato veramente un far west?

Cinque vittime in pochi giorni, molti incidenti sono causati dalla guida in stato di ebbrezza o dall'effetto di sostanze stupefacenti. I controlli sono tanti, ma in acqua non esistono l'alcol test e il drug test e su quasi 7mila chilometri di coste c'è solo un barcavelox...

E' l'estate del far west in mare? Di certo c'è che alcol test e drug test non si possono fare, ma i controlli sono comunque capillari. Al largo, si sa, non ci sono cartelli stradali, delimitazioni né corsie: solo uno spazio infinito che offre un senso di libertà che spesso porta a credere che tutto sia lecito. Ma ci sono anche precise regole da rispettare. Regole contenute nei codici, ma che attengono soprattutto al senso civico di ogni diportista. Ma gli ultimi fatti di cronaca hanno incrinato questo assioma. Nel solo mese di agosto, infatti, incoscienza, imperizia e illegalità hanno fatto cinque vittime. E ciò ha contribuito ad alimentare la tesi che in mare si possa fare di tutto. Ma è davvero così? In parte. Perché se è certo che laghi e golfi non possono essere pattugliati come vengono pattugliate le autostrade, è altresì certo che la scarsa conoscenza delle regole nautiche e la difficoltà di applicazione delle stesse da parte delle autorità preposte hanno la loro parte.

Prendiamo per esempio la velocità. Le autostrade italiane sono invase da autovelox, in mare invece attualmente l'unico posto in cui è presente l'equivalente sistema di rilevazione è Porto Venere, in provincia di La Spezia. E questo perché, come spiegano dalla Capitaneria di porto spezzina, le condizioni lo permettono. Infatti il raggio laser da puntare su una imbarcazione deve essere posizionato sulla terraferma. E quindi puntandolo dalla riva in direzione dell'isola Palmaria è possibile capire se un'imbarcazione supera il limite di velocità di 3 nodi. Ma per il resto, bloccare in mare la corsa sfrenata di un'imbarcazione è praticamente impossibile: uno perché in mare aperto, superata la distanza di sicurezza dalla costa, non ci sono limiti di velocità da rispettare (se non quelli dettati dal buon senso), due perché anche volendo sarebbe impossibile stabilizzare l'apparecchio di rilevazione su una motovedetta, sempre barcollante. 

Se passiamo invece ad analizzare la guida in stato di ebbrezza emergono altre difficoltà consistenti. Innanzitutto non esistono e non vengono praticati controlli preventivi sulle persone che si apprestano a uscire con la barca. Rimane dunque il controllo in mare effettuato dalle motovedette della capitaneria di porto. Ma anche in questi casi sorgono degli ostacoli. Perché l'intervento viene effettuato solo quando viene avvistata una manovra azzardata o pericolosa che possa destar qualche sospetto o, come testimoniano le ultime cronache, quando l'incidente è già avvenuto. In quel caso il conducente viene fermato e portato sulla terraferma per essere sottoposto a controlli, ma è una procedura messa in pratica a posteriori, quando il danno è già fatto.

Inoltre nessuna motovedetta è dotata di alcol test o drug test. Anche perché, come spiega il capitano di vascello del comando generale della Capitaneria di porto, Vittorio Alessandro: "Non si può fermare una barca e non si può salire a bordo se non in casi d'emergenza perché c'è il rischio di un effetto onda combinato e poi la barca è come un domicilio e ha un timone che può essere passato a un altro, quindi è difficile individuare chi è realmente alla guida". Eppure, in quello che nell'immaginario collettivo dei diportisti sembra un far west ci sono delle sanzioni ben precise sulla guida in stato di ebbrezza. Sanzioni introdotte nel 2009 nel codice della nautica di diporto e che prevedono la sospensione della patente per 6 mesi e in alcuni casi anche della licenza dell'imbarcazione, oltre quelle pecuniarie che possono arrivare fino agli 8mila euro anche per i conducenti delle imbarcazioni con meno di 40 cv per le quali non è richiesta la patente.

Ma perché questi deterrenti non funzionano? Secondo il Capitano Alessandro "manca una cultura marinara, bisogna sensibilizzare le persone ed entrare nelle scuole. Se manca questo anche aumentare la visibilità delle vedette non servirà a molto".

Ad avvalorare le parole di Alessandro ci pensano dati e statistiche provvisorie forniti dal Comando generale della Capitaneria di porto che dal 20 giugno al 20 agosto 2011 parlano di circa 50mila attività di controllo su imbarcazioni, 686 interventi di soccorso (per lo più per avaria al motore); 28 collisioni e 4 morti per sinistri in mare e una in un lago. Cinque morti su 28 collisioni: "una percentuale non bassa e sulla quale è giusto porre maggiore attenzione", precisa Alessandro. Nel 2010, nel periodo estivo, sono state registrate in tutto otto vittime per collisioni.

Ma quando avvengono gli incidenti? Su questo il capitano ha la sua idea: "I sinistri avvengono soprattutto dalle 17 in poi e nel fine settimana. Questo perché il ritorno è vissuto con maggiore rilassatezza o spesso diventa una gara per conquistare il posto in banchina". Insomma, nonostante il senso di libertà che di per sé il mare trasmette basterebbe ricordarsi che guidare una barca non è poi così diverso dal guidare una macchina. E i pericoli sono sempre in agguato.