Incinta trasportava cocaina

Stefano Vladovich

Cocaina allo stato puro, liquida, in una boccetta di profumo. Era assieme ad altre bottiglie di birra spagnola, dolciumi natalizi e candele di compleanno la coca trasportata da un’insospettabile diciannovenne colombiana da Barcellona a Civitavecchia. Angela, 16 settimane di gravidanza, ufficialmente stava tornando a casa dalla madre, in un quartiere periferico della capitale, dopo un breve viaggio nella penisola iberica. Troppo breve, tanto che la cosa ha messo in allarme i finanzieri del nucleo operativo di Civitavecchia. «La nuova linea con la Spagna è certamente a rischio - spiega il capitano Luca Battella, comandante della compagnia Guardia di Finanza di Civitavecchia -. Tanto da monitorarla di continuo. Ieri sera (il primo dell’anno, ndr), spuntando la lista passeggeri abbiamo notato che la vacanza della giovane era durata appena 48 ore. Quindi l’abbiamo fermata per un controllo». In un doppiofondo del bagaglio quattro panetti di «polvere bianca» della miglior qualità per un peso di oltre tre chili e mezzo. All’interno di tre candele ancora droga. E fra oggetti ricordo e regali vari quella che sembrava davvero acqua di colonia. È bastato svitare il tappo di una delle quattro confezioni da 250 millilitri l’una per scoprire altra droga. Un litro di roba in totale, per un valore di almeno 200mila euro. In laboratorio la conferma: «Cocaina liquida, ovvero allo stato puro, appena estratta dalle piante e da lavorare» aggiunge il capitano Battella. Per Angela sono scattate le manette. L’accusa? Traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Un caso anomalo su cui la Procura del posto ha aperto un’inchiesta. Secondo gli inquirenti la partita sequestrata potrebbe essere un test, un campione da valutare, per il mercato della capitale. La donna, sicuramente un corriere dei tanti utilizzati dai narcos, non parla. Da accertare il canale verso cui la droga era destinata, committenti e fornitori. Un caso comunque singolare e che rimette in gioco vecchie indagini ferme da tempo sulle nuove frontiere dei narcotrafficanti e, soprattutto, sugli espedienti utilizzati per ingannare i doganieri. Un anno fa all’aeroporto di Fiumicino arrivano due plichi contenenti un vecchio libro: «La storia del Perù dal 1822 al 1933». Un pezzo da collezione tanto da riprodurlo in 10 copie e spedirlo in Italia. Come? Con il solito sistema: una coppia di insospettabili che non sapevano neppure cosa stessero trasportando: centinaia di pagine imbevute di cocaina. Valore dell’operazione? Un milione e mezzo di euro. Tempo addietro è la borsa di cuoio di un avvocato peruviano il «veicolo» usato per importare coca. Il sistema viene sperimentato la prima volta da alcuni corrieri centramericani. Un’organizzazione potente, di cui farebbe parte un fuoriuscito lidense, un neofascista rifugiato da tempo in America Latina, catturato dopo anni di latitanza. L’uomo di sera gestisce una pizzeria su una spiaggia del Costa Rica. Di giorno lavora per i «cartelli» colombiani imbottigliando cocaina assieme ai superalcolici. Le bottiglie di rum, zeppe all’inverosimile di droga, vengono spedite a un pensionato di Acilia. Un regalo davvero stupefacente intercettato, però, nell’ufficio postale dell’aeroporto romano.