Incognita referendum Torna il dialogo Pdl-Pd sulla legge elettorale

L’11 gennaio il verdetto della Corte costituzionale. Trattative tra partiti per il nuovo sistema di elezione

Roma L’ombra del verdetto della Consulta sull’ammissibilità del referendum sulla legge elettorale si allunga sul dibattito politico. E contribuisce a far ripartire quei contatti rimasti al palo, a causa dell’incapacità dei partiti di trovare su questa materia un sia pur minimo terreno comune.

La Corte Costituzionale ha fissato per l’11 gennaio la data per la discussione. La seduta è prevista per la mattinata ed è possibile che la decisione possa esser presa già entro il pomeriggio della stessa giornata. Se dovesse arrivare il via libera, i contraccolpi sui fragili equilibri politici dell’esecutivo sarebbero inevitabili anche se nessuno si spinge più, come avveniva mesi fa, a prevedere una improvvisa accelerazione verso le urne. L’ipotesi più probabile è quella di una bocciatura dell’ammissibilità del quesito, decisione che verrebbe bilanciata con rilievi critici sulla legge attuale. Uno scenario che circola da giorni tanto che ieri l’organo presieduto da Alfonso Quaranta è stato costretto a frenare le illazioni con un comunicato. «La Corte Costituzionale smentisce categoricamente le fantasiose illazioni relative a presunte dichiarazioni attribuite dalla stampa a componenti della Corte in relazione alla prossima decisione riguardante l’ammissibilità dei quesiti referendari in materia elettorale».

In ogni caso, qualunque sia il verdetto, i partiti saranno costretti a scoperchiare il vaso di Pandora della trattativa. Il Pdl ne discuterà il prossimo 10 gennaio. La soluzione minima potrebbe essere il mantenimento della legge attuale con il ritorno delle preferenze. Ma a via dell’Umiltà c’è chi vede nel proporzionale un antidoto contro la frammentazione e uno strumento per facilitare l’accordo con l’Udc. In particolare le attenzioni si appuntano sul modello spagnolo, un proporzionale molto corretto dagli effetti bipartitici, con sbarramento al 3%, gradito anche alla Lega. Un sistema che Franco Frattini, ieri, è tornato a suggerire, sia pure indirettamente, in un comunicato.

Sotto traccia, però, tra Pdl e Pd si sta facendo strada anche un altro ragionamento. Se ogni anno, da qui a dieci anni, si dovrà mettere in campo una manovra da 45 miliardi per abbattere il moloch del debito pubblico, si corre il rischio di doversi consegnare mani e piedi o all’ingovernabilità o al perenne commissariamento dei tecnici. Lo spettro di un infinito governissimo, di una «grosse Koalition fur immer», è visibile, soprattutto se non si troverà il modo di stabilizzare l’esecutivo attraverso meccanismi di forte capacità deterrente contro i fattori di instabilità, regole che impediscano a gruppi organizzati (vedi Fli in questa legislatura) di avere la meglio con una trentina di parlamentari su altri 300.

Questa esigenza è sentita sia dentro il Pdl sia dentro il Pd essendo evidente che a forza di esercitarsi sui fantasmi della «sindrome del tiranno» si finisce per condannare l’Italia all’ingovernabilità o comunque alla costante ricattabilità degli esecutivi. In questo senso si muove una proposta di legge presentata da 123 parlamentari del Pdl con a capo Peppino Calderisi, il massimo esperto di sistemi elettorali del centrodestra, che prevede l’elezione diretta del presidente della Repubblica sul modello francese. Il problema è che, allo stato dell’arte, nessuno dei due grandi partiti italiani vuole soffiare sul fuoco dei rapporti con l’Udc. Alienandosi così la possibilità di vittoria alla prossima disfida elettorale.