Incollato alla poltrona

Qualcuno ha detto che il momento più importante della vita è la morte. Non so fino a qual punto la massima sia vera per gli individui. Lo è, sicuramente, per il governo Prodi. La cui esistenza è stata meschina e infruttuosa, nonostante lo sterminato numero di ministri, viceministri e sottosegretari, o piuttosto anche a causa di quella pletoricità paralizzante<br />

Qualcuno ha detto che il momento più importante della vita è la morte. Non so fino a qual punto la massima sia vera per gli individui. Lo è, sicuramente, per il governo Prodi. La cui esistenza è stata meschina e infruttuosa, nonostante lo sterminato numero di ministri, viceministri e sottosegretari, o piuttosto anche a causa di quella pletoricità paralizzante. Un esecutivo di tale infima caratura, sorretto - si fa per dire - da una altrettanto infima maggioranza, sarebbe passato alla storia minore della seconda Repubblica come emulo dei governicchi che affollarono la prima, se non fosse per le caratteristiche della sua agonia.
Non siamo in presenza del normale decesso d’un governo. Se ne sono visti passare tanti, circa uno l’anno, in sessant’anni del dopoguerra, con i presidenti del Consiglio che lasciavano cavallerescamente il posto al successore. Era un minuetto magari lezioso ma non privo d’un suo galateo. Nulla che somigliasse all’ostinazione furibonda con cui Romano Prodi s’abbarbica alla poltrona di Palazzo Chigi: sordo agli inviti che ormai da tutte le parti gli arrivano perché se ne vada e di cui si dev’essere accorto anche lui, visto che ieri ha dato una specie di altolà agli alleati. C’è qualcosa di dissennato in questa caparbietà nemmeno più dissimulata da una patina di bonomia emiliana.
Prodi sa d’essere tragicamente in minoranza nel Paese, e in minoranza in Parlamento. La cosiddetta maggioranza respinge le «spallate», nemmeno tanto convinte, dell’opposizione - e spesso non le riesce - con cavilli procedurali e se del caso con l’aiutino di un Giulio Andreotti e d’altri vegliardi. Questa piuttosto miserevole simulazione di vita viene messa in scena mentre i ministri e i partiti della coalizione scollata si accapigliano, si prendono a male parole, dicono chiaro e tondo che su questo o quest’altro non ci stanno. Tale è lo sfacelo che a Palazzo Chigi rinunciano perfino a porre - è accaduto ieri - la questione di fiducia. Sanno che ci sono, nella maggioranza, i renitenti alla leva, ossia alla fiducia, e che la presunta arma letale contro Berlusconi potrebbe rivelarsi un’arma fatale per Prodi.
Non val nemmeno la pena d’esaminare i temi dai quali derivano i contrasti tra gli opposti schieramenti, e le risse all’interno del centrosinistra. Si litiga su tutto, e su niente. Perché l’evidenza dimostra che stando così le cose non si può né governare, né legiferare, né sperare nella comprensione degli italiani, tanto buoni ma non fino alla cretineria. È coma profondo per il governo e la maggioranza, che rischia di diventare coma profondo per le istituzioni e per l’Italia. Bisogna porre fine a un accanimento terapeutico intollerabile, bisogna staccare la spina. Speriamo lo faccia, con pieno rispetto delle procedure, il Parlamento, e che il Capo dello Stato ne prenda doverosamente atto.