Incompreso a sinistra

Chissà, se di fronte al cul de sac in cui ha scoperto di esser finito, il Pd sia stato indotto a ripensare tutto se stesso: programma, strategia, politica delle alleanze, storia. Un’impasse - si badi bene - contrassegnata non solo dall’incapacità a individuare una via d’uscita alla proclamata crisi del governo Berlusconi e, con esso, del berlusconismo, ma dalla stessa possibilità di offrirsi come guida dell’opposizione, confessando in tal modo il fallimento dell’ambizione di dar vita a una forza politica dotata, se non di egemonia, almeno di supremazia sugli altri partner dello schieramento in costruzione.
Una condizione di minorità politica che configura anche una subalternità culturale di così vasta portata non può esser ricondotta ad un semplice difetto contingente di gestione del partito. Risulta illuminante, da questo punto di vista, considerare che il tramonto politico del partito capostipite della sinistra d’oggi si è avviato per poi continuare, salvo una fugace ed illusoria inversione di tendenza al momento della scomparsa del suo leader carismatico, nel passaggio dagli anni Settanta a quelli Ottanta: ossia da quando l’Italia ha cominciato ad assumere a pieno i tratti delle moderne società postindustriali. È stato allora che la cultura storica delle nostra sinistra, la più vivace e creativa si è sempre detto delle sinistre occidentali del tempo, ma anche la più ancorata ai capisaldi di un pensiero radicalmente anticapitalistico, si è trovata spiazzata dai cambiamenti in corso nella società.
A chi nel Pd ha avvertito la drammaticità della sua odierna condizione di minorità politica avrebbe fatto bene riandare col pensiero agli anni Ottanta, alla rotta di collisione che si consumò allora tra il maggior partito della sinistra e il partito socialista del «nuovo corso» e al duello cruento che si ingaggiò tra i due fratelli/coltelli: pomo della discordia la tradizione marxista, ossia il pensiero che continuava a scommettere sull’utopia palingenetica di un rivolgimento dalle fondamenta delle democrazie borghesi, da Enrico Berlinguer in quei giorni confermato ancora come «valido e vivente» e contestato invece come falsificato dalla storia da Bettino Craxi.
Di quella sfida portata all’ultimo sangue nella quale finirono per perire entrambi i contendenti non serve rinnovare la memoria se ci si limita a ricordare le asprezze dello scontro, le idiosincrasie quasi antropologiche dei protagonisti Craxi e Berlinguer, mai amatisi a pelle, le accuse scambiate nel vivo delle polemiche (con il riformismo decretato dal segretario comunista già finito «per decrepitezza», Craxi raffigurato su Repubblica in fez, orbace e stivaloni mentre e viceversa il massimalismo liquidato come «malattia del sangue» del socialismo italiano). Non porta lontano nemmeno limitarsi a constatare che i tempo ha comunque apportato a dei riconoscimenti da parte di non pochi dirigenti dell’allora Pci nei confronti dell’opera condotta dal primo presidente del consiglio socialista, come ha fatto, ad esempio, D’Alema quando ha reso omaggio al «progetto riformista per il rinnovamento dello Stato», definito «nucleo centrale dell’eredità politica di Bettino Craxi».
Tardivi e, in genere, anche pelosi riconoscimenti di singoli atti meritori, quasi fossero isolati fiori sbocciati in un letamaio, non cambiano la sostanza di una valutazione che resta negativa, se non liquidatoria. Può essere istruttivo e forse di qualche utilità, almeno per la sinistra che rivendica per sé la qualifica del riformismo, rimeditare quali furono il ruolo e il senso della svolta consumata dal Psi di Craxi. Difficile contestare che il leader socialista milanese, tacciato di pulsioni autoritarie per aver posto il problema della personalizzazione della politica, di eresia per aver avuto il coraggio di discutere “l’indiscutibile” (l’identità gramsciano-togliattiana del maggior partito della sinistra), di un intollerabile sproposito per aver voluto spodestare la «vecchia barba» di Marx a favore del campione del riformismo Filippo Turati e persino del pioniere del revisionismo Eduard Berstein, di aperto tradimento della funzione storica della sinistra per aver rivalutato il ruolo dei ceti medi, di deviazionismo per non aver avuto imbarazzi ad affermare che «la statizzazione integrale dei mezzi di produzione fagocita la logica del pluralismo e tende a distruggere tutte le condizioni che hanno reso possibile lo sviluppo della libertà delle classi lavoratrici»: difficile - si diceva - contestare che Craxi assumendo queste posizioni facesse quello che, in tempi e modi diversi, era destino che avvenisse in tutto il socialismo europeo.
Non stupisce, perciò, che sia dura a morire quella memoria avvelenata che vuole mantenere nel girone infernale dei ladri e dei reprobi la figura di Bettino Craxi. Per questo riteniamo non azzardato affermare che la difesa ad oltranza di quella memoria avvelenata è rimasta la ragione di fondo della simmetrica riluttanza a rifondare la propria identità da parte del rifondato primo partito della sinistra. Col risultato che l’identità riformista oggi rivendicata si sposa con una memoria antiriformista. Continuare a impiccare il craxismo a Tangentopoli può essere un utile argomento polemico. Non aiuta ad ottenere la conciliazione che ogni partito, per esser credibile, deve trovare tra identità e memoria.