"Incostituzionale chiedere più tasse sui titoli di Stato"

L’altolà di Dini: "Impossibile l’aumento su quelli già in circolazione. E sulle nuove emissioni è inutile"

Roma - «Non so se questo sia il momento migliore per affrontare simili argomenti. A me sembrerebbe di no». Lamberto Dini è piuttosto scettico sugli annunci di Alfiero Grandi, sottosegretario all’Economia, e di Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale, di aumentare dal 12,5 al 20% l’aliquota fiscale sulle rendite finanziarie. «E per ragioni sia politiche sia tecniche».

Perché non sarebbe il momento migliore?
«Perché è inutile negarlo. I contribuenti finirebbero per recepire l’operazione come un aumento dell’imposizione fiscale; quando tutti chiedono una riduzione del prelievo, e proprio mentre si parla di sciopero fiscale e di interventi shock - come fa il presidente Casini - sul fronte tributario. Insomma, credo che progetti di questo tipo cadano in un momento difficile. La gente, i contribuenti, finirebbero per recepire il solo aumento delle aliquote sui rendimenti finanziari; e non la riduzione del prelievo sui depositi bancari. Comunque, spetterà al governo stabilire se questo è il momento opportuno per discutere di questi temi».

La presidenza del Consiglio sostiene che Grandi abbia parlato a titolo personale. Ma il ministro dell’Economia, in un’intervista, ha detto che l’armonizzazione delle aliquote fiscali sui rendimenti finanziari farà parte della Finanziaria. Per Padoa-Schioppa, quindi, il momento è opportuno...
«Ma questa armonizzazione dovrà riguardare esclusivamente i titoli pubblici di nuova emissione. Quando il Tesoro emette un titolo del debito pubblico sottoscrive un contratto con il risparmiatore che lo acquista. E gli garantisce un rendimento netto. Se ora aumenta la tassazione sui rendimenti, viene meno il contratto sottoscritto, in quanto fa diminuire il rendimento netto. E quel contratto non può essere rotto. Credo sia addirittura incostituzionale applicare un aumento della tassazione sui titoli pubblici in circolazione...».

Quindi, se l’aumento dell’aliquota sui Bot al 20% si applica solo sui titoli di nuova emissione, il gettito sarà minimo?
«Penso proprio di si. Ci hanno parlato di un paio di miliardi di euro. Senza contare che per il Tesoro si potrebbe trattare di una partita di giro: se aumenta la tassazione sui titoli di nuova emissione, per garantire lo stesso rendimento netto, lo Stato dovrà aumentare il rendimento lordo. Il meccanismo di collocamento dei titoli pubblici è quello di un’asta. Quindi, per collocarli sul mercato, lo Stato dovrà alzare i rendimenti lordi; altrimenti i risparmiatori possono tranquillamente sottoscrivere titoli pubblici in euro emessi da altri Paesi».

L’aliquota al 20%, però, scatterebbe anche per le obbligazioni emesse da società private...
«Infatti, la loro situazione è diversa. Le loro obbligazioni possono essere tassate al 20%, anche quelle in circolazione. Con un particolare. I rendimenti delle obbligazioni detenute da società vanno a bilancio; quindi, vengono tassate all’aliquota dell’Ires. Non mi è chiaro, invece, il meccanismo applicato per quei risparmiatori internazionali che sottoscrivono titoli pubblici italiani o acquistano obbligazioni di aziende italiane. Quale effetto potrebbe produrre un aumento della tassazione delle rendite su questi investitori, tenuto conto che quasi la metà dei titoli pubblici emessi sono in mano a investitori istituzionali internazionali?».

Prima le ipotesi di utilizzare le riserve d’oro della Banca d’Italia, poi le proposte di alzare al 20% le aliquote sulle rendite finanziarie. Il tutto mentre resta alta la tensione sui mercati finanziari legati alla crisi dei mutui americani. Non crede che gli annunci del governo in materia finanziaria siano un po’ improvvidi?
«Ripeto: è il governo che deve valutare se questo è il momento migliore per misure fiscali sulle rendite finanziarie. Certo, il problema se questo sia o no il momento opportuno si pone. E a me sembrerebbe non esserlo. Fra l’altro, la crisi sul mercato del credito non credo possa essere riassorbita in breve tempo. Negli Stati Uniti si parla di diversi trimestri; forse di un anno per ristabilire i livelli di liquidità precedenti. In fin dei conti, l’inflazione è bassa ovunque e grazie alle importazioni a basso costo che vengono dai Paesi emergenti».