Incredibile avventura di un uomo disperso su una montagna a oltre 800 metri. I sanitari: «Il rallentamento del suo metabolismo gli ha salvato la vita» Ibernato in un dirupo: sopravvive per 24 giorni Un alpinista giapponese è rimasto all’addiaccio, se

da Londra

È sopravvissuto a più di tre settimane senza cibo né acqua. Disperso in montagna, in uno stato d’incoscienza: le funzioni vitali ridotte al minimo, il battito cardiaco e il respiro rallentati, la temperatura corporea precipitata di un terzo. Una condizione biologica del tutto simile all’ibernazione, che - sostengono ora i medici - sarebbe stata la ragione della sua salvezza. Una vicenda senza precedenti, iniziata lo scorso 7 ottobre quando Mitsutaka Uchikoshi, un arrampicatore giapponese di 35 anni, aveva scalato in compagnia di alcuni amici il monte Rokko (880 metri), non distante dal porto di Kobe, in Giappone.
Una volta in vetta, aveva salutato tutti per fare ritorno a casa da solo. Ma sul sentiero di ritorno era scivolato, cadendo in un dirupo. Bacino rotto e perdita della conoscenza. Per 24 lunghi giorni Mitsutaka ha vissuto all’addiaccio, notte e giorno, impossibilitato a muoversi. Fino a quando (31 ottobre) un alpinista lo ha notato allertando i soccorsi. I primi sanitari che lo hanno visitato, oltre ad un gravissimo stato di ipotermia, hanno registrato la quasi totale assenza di pulsazioni, la temperatura corporea scesa a 22 gradi centigradi e una significativa perdita di sangue per via della caduta. Un quadro clinico piuttosto serio, ma non irreversibile come ci si sarebbe aspettato in quella situazione. «Era entrato in uno stato molto simile a quello dell’ibernazione - ha spiegato il dottor Shinichi Sato, a capo dell'unità di soccorso -. Molti dei suoi organi vitali avevano rallentato il proprio funzionamento, senza però compromettere le funzioni cerebrali. Ritengo infatti che le capacità del suo cervello siano state già ripristinate al 100%».
Mitsutaka, di professione funzionario governativo, non ricorda quasi nulla delle tre settimane trascorse in montagna. Un lungo sonno che ha accompagnato la lenta agonia. «L’ultima immagine che ho in mente risale agli attimi immediatamente successivi alla caduta. Il sole era ancora alto, ero disteso su un prato. Al di là del dolore, mi sentivo a mio agio. Devo essermi addormentato subito dopo», ha raccontato. Nonostante le notti autunnali possano essere piuttosto fredde in quelle settimane dell’anno, difficilmente la colonnina del termometro è scesa oltre i dieci gradi. Temperature comunque sufficientemente rigide per indurre numerosi mammiferi (come l’orso bruno, il tasso, la marmotta) a ricorrere all’ibernazione nelle medesime condizioni. Gli animali ibernati possono reagire agli stimoli, seppure in modo torpido. Dopo 40 giorni di ricovero, martedì scorso, Mitsutaka ha fatto ritorno a casa. «Mi dispiace per tutti i problemi che ho creato. Voglio rimettermi in forma al più presto e tornare a lavorare». Ma la sua storia ha sollevato grandissimo interesse a livello accademico, riaprendo il dibattito sull’ibernazione umana. Un’ipotesi scientifica - già largamente esaminata e finora ritenuta irrealizzabile - in base alla quale un giorno potrebbe essere possibile ripristinare completamente le funzioni vitali di un corpo ibernato. «Si tratta comunque di un caso rivoluzionario se il paziente è veramente sopravvissuto così a lungo a quelle temperature - ha commentato il professor Hirohito Shiomi, esperto di ibernazione all’Università Fukuyama di Hiroshima -. I prossimi esami dovranno accertare se la temperatura del corpo sia scesa velocemente, oppure se fosse vicino alla morte al momento del soccorso». Ma non tutti sembrano convinti dell’eccezionalità del caso, e avanzano dubbi. Come Frankie Phillips, esperto della British Dietetic Association, che commenta: «È assolutamente impensabile che il signor Uchikoshi non abbia bevuto nulla. Fisiologicamente una condizione simile porterebbe alla disidratazione sicura».