Incubo ceceno per la Georgia A Gori saccheggi e violenze

Nella città natale di Stalin all’opera reparti paramilitari osseti. Accuse e contro-accuse sul mancato rispetto della tregua

Carri armati russi sulla strada che conduce a Tbilisi, villaggi incendiati, schiere di miliziani ceceni, kazaki e osseti che fanno terra bruciata dietro di sé. E come sempre dall’inizio di questo conflitto il rincorrersi di notizie e smentite. «Mosca rompe la tregua» appena 12 ore dopo la firma, accusa il presidente georgiano Mikhail Saakashvili. E lo fa gettando sulla Georgia l’ombra dei soprusi e delle violenze delle milizie filorusse in Cecenia. Il timore era sorto già tre giorni fa, quando si era saputo che nella Repubblica separatista di Abkhazia, «conquistata» da Mosca, erano stati inviati i battaglioni Zapad e Vostok. Tristemente noti per essersi macchiati, secondo molte Ong, di gravi abusi in Cecenia. A rafforzare il sospetto che in questa ultima guerra caucasica prima o poi si sarebbero adottati i vecchi metodi delle squadracce che imperversavano a Grozni, è arrivata l’investitura del controverso Vladimir Shamanov a capo delle forze russe nella regione (circa 12mila uomini). Anche lui accusato di gravi crimini nelle guerre di Mosca al «terrorismo ceceno».
A riferire ieri della nuova barbarie in Georgia, oltre a fonti governative di Tbilisi, è stato anche un corrispondente del Guardian, Luke Harding, sul sito del quotidiano britannico. La denuncia che Mosca abbia rotto la giovane tregua, piazzando una cinquantina di tank a Gori, città natale di Stalin - a poca distanza dalla linea che separa l’Ossezia del Sud dal territorio georgiano - fatta da Tbilisi, è stata poi smentita dai comandi militari russi. Ma almeno tre blindati sono stati visti dai corrispondenti dell’agenzia di stampa France Presse aggirarsi alla periferia della città, mentre la gente si dava alla fuga. La Russia respinge al mittente. Il vice capo di Stato maggiore ha smentito la presenza di soldati a Gori e rimandato a Tbilisi l'accusa di violazione della tregua. Sono i georgiani a non adempiere «appieno» all'intesa siglata dalle parti, ha detto Anatoly Nogovitsyn. In ogni caso, ha aggiunto, «stiamo pianificando il ritiro». Ieri il segretario del consiglio di sicurezza georgiano, Aleksandr Lomaia, ha detto che oggi le truppe russe lasceranno domani la città.
C’è anche l’ipotesi, molto semplice, che Mosca non voglia sporcarsi le mani direttamente. Ma lasci fare. «I miliziani osseti hanno preso posizione nella piazza principale, di fronte alla statua di Stalin, stanno facendo di tutto in città». È la testimonianza di Natela Merebashvili, riportata dall’Ansa. La donna ieri era in fuga dal centro di Gori, proprio mentre i temuti irregolari osseti e ceceni hanno iniziato a saccheggiare la città. Altri report riferiscono che nonostante il cessate il fuoco nella città, distrutta dai bombardamenti russi, si sono sentite esplosioni e raffiche di mitra, accompagnate dall’avanzata delle milizie paramilitari ossete e cecene. Nel pomeriggio bloccato l’ingresso in città. Resta fuori anche un camion di aiuti umanitari. «I russi non fanno nulla, ma permettono agli osseti e ai ceceni di fare ciò che vogliono», insiste Natela. «Entrano nelle case, rubano tutto, uccidono il bestiame e se qualcuno resiste, lo uccidono».
«Il nostro battaglione era di stanza in Cecenia - racconta Bakar un soldato dagli inconfondibili tratti centroasiatici - siamo partiti per l’Ossezia del Sud appena sono iniziati gli scontri. All’inizio abbiamo avuto molte perdite, ma dopo il primo giorno le cose sono cambiate». Bakar mostra la fascia di garza bianca legata al braccio: «Siamo in pace», assicura. Le testimonianze più inquietanti da Gori trovano, però, una conferma autorevole dal rapporto di Human Rights Watch. L’organizzazione ha descritto intimidazioni e saccheggi di case di georgiani e punta il dito contro i miliziani dell’Ossezia del Sud, da anni appoggiati politicamente e finanziariamente da Mosca.
La partenza, infine, di un convoglio di una ottantina tra blindati e camion in direzione Tbilisi ha, per l’ennesima volta, fatto scattare l’allarme generale. I russi, invece, dopo 17 chilometri si sono diretti a nord, verso l’Ossezia. Ma ormai una nuova ondata di civili terrorizzati era già partita.