Incubo, gli inglesi «bastonati» a Belfast

Alessandro Ursic

In Irlanda del Nord gli inglesi non giocavano da 18 anni, e visto come si sono presentati farebbero meglio a sparire di nuovo. Irlanda del Nord-Inghilterra 1-0: la traballante panchina di Eriksson da ieri sera trema come in un terremoto. Per gli inglesi quella di Belfast è una sconfitta choc, nella provincia dove metà della popolazione è fedelissima a Londra, ma l’altra metà non la può vedere. E soprattutto con una squadretta che da anni vivacchia a fondo classifica in qualunque torneo. Sabato, con l’Azerbaigian, aveva rotto un digiuno che durava da tre anni.
Con la vittoria della Polonia sul Galles, l’Inghilterra scivola così a 5 punti dalla vetta. Può ancora arrivare prima e qualificarsi direttamente al Mondiale: dovrà però vincere le due partite casalinghe che le rimangono con l’Austria e poi proprio con i polacchi. Anche se rimane valido il piano B, cioè strappare un biglietto per la Germania concludendo come migliore seconda.
Però, c’è modo e modo di qualificarsi. Eriksson (e i tabloid che da domani chiederanno con ancora più vigore la sua testa) lo sa. Così, la sconfitta di Belfast è un campanello d’allarme non da poco. Poco gioco, troppa sufficienza, contro avversari modesti ma che in campo hanno messo tutto: il gol di Healy al 74’, lasciato libero da una difesa di statue, è stato la giusta punizione. E ha scatenato il boato del Windsor Park.
Un campo che non ne ha visti parecchi di boati, negli ultimi anni. Per i risultati scarsi dei verdi, certo, ma anche perché l’Irlanda del Nord è una squadra che paga le divisioni storiche tra cattolici e protestanti. Con risvolti odiosi: come tre anni fa, quando l’ex capitano Neil Lennon fu minacciato di morte dai suoi (in teoria) stessi tifosi, per la sola colpa di essere cattolico nella squadra sbagliata. E poi, anche il seguito - a parte quando arrivano gli inglesi - è quello che è. I cattolici, che vorrebbero la riunificazione con Dublino, tifano per l’Eire come se fossero nati oltre confine. I protestanti, sia per la mancanza di risultati sia per l’ostentata fedeltà a Londra, guardano all’Inghilterra come punto di riferimento. Tranne ieri sera: uno sgambetto storico, la 7ª vittoria contro gli inglesi su 98 gare. E al fischio finale, al Windsor Park sono partite le note di We are the champions.